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I capi d’accusa
specifici mossi contro l'Ordine del Tempio nel celeberrimo processo
del 1307-1312, furono undici.
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Furono stilati dal cancellier Guglielmo di Nogaret nel corso di una
riunione dei maggiorenti di Francia. Dalle loro letture si apprende
che i Templari adorassero una "testa d'uomo imbalsamata nella
quale risplendevano occhi di carbonchio", che praticassero la
sodomia e il cannibalismo, che avessero unto i loro idoli con grasso
di neonato e che portassero addosso cinture e amuleti magici. A
simili imputazioni Nogaret aggiunse le accuse di avere commesso alto
tradimento verso il re Luigi IX e di averlo derubato, di avere fatto
commercio di schiavi cristiani con il sultano del Cairo, di obbligare
i neofiti ad oltraggiare il crocefisso e di negare i sacramenti ai
fedeli. Le accuse d’adorazione di una testa imbalsamata presero
corpo dopo il rinvenimento nella casa-madre del Tempio di un simulacro
di cuoio, antropomorfo e a mezzo busto. Era semplicemente un reliquiario,
ma l'incisione "LVIII" - 58 in numeri romani - sulla testa
fece presumere che quelle teste "imbalsamate" esistessero
in gran numero e fossero idolatrate dai Cavalieri. A proposito
di idoli, negli anni che seguirono lo scioglimento dell'Ordine si
diffuse la leggenda del "bafometto". La credulità
popolare attribuì a questa figura qualità demoniache,
suscitando fantasiose dicerie che sono state sostenute anche da disquisizioni
pseudo-esoteriche fino ai nostri giorni.
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Il vocabolo "baphomet", che
pervenne poi a nome proprio di uno specifico demone, deriva semplicemente
dal termine "baphoméries", ovvero edifici
sacri musulmani simili alle moschee. Infatti, in Linguadoca era
diffusa la leggenda circa l'esistenza di teste-automi capaci di
predire il futuro. Questi automi furono indicati con il nome di
"teste di Maometto" che, secondo le narrazioni
popolari, sarebbero state presenti nei luoghi di culto islamici.
Evidentemente per la storpiatura del nome Mahomet in Bahfomet,
gli edifici islamici furono definiti in Linguadoca, appunto, baphoméries.La
credenza sulle capacità divinatorie delle "teste di
Maometto" si diffuse in Francia e in Europa durante il periodo
delle Crociate.
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Templari
le avrebbero di certo conosciute, se nel corso degli interrogatori
al cavaliere Thomas de Vauçerant questi aveva ingenuamente
riferito di avere posseduto, nella comanderia di Montpezat di cui
era comandante, un reliquiario "in figuram baphometii",
ovvero somigliante ad una testa di Maometto. Dalla semplice somiglianza
alla veridicità dell'immagine il passo è grande, ma
gli inquisitori alterarono ad arte l'asserzione del templare. Da
allora la figura del bafometto, interpretato in chiave demoniaca,
è stata costantemente e inopinatamente
associata alle pratiche iniziatiche dell'Ordine Templare.
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E' vero che la figura di un essere alato e
munito di corna, dai tratti somatici bestiali e androgini, compare
sui portali della chiesa di Saint Méry di Parigi e di quella
di Sainte Croix a Provin, edifici sacri appartenuti ai Templari.
Si dice che l'immagine raffiguri il bafometto templare, ma ciò
è errato: le statue infatti furono poste nelle chiese in
epoca posteriore allo scioglimento dell'Ordine, intorno al 1400. |
Più verosimilmente, esse potrebbero raffigurare simbolismi
alchemici come ha ipotizzato Gérard de Sède, oppure
allegorie iniziatiche come più credibilmente ha sostenuto
Hammer Purgstall. In ogni caso è certo che i bafometti non
facciano parte della simbologia templare antecedente il 1312, il
cui carattere sembrerebbe contrastare con i contenuti iniziatici
apparentemente gnostici di queste figure che, nonostante secoli di
studio, ancora rimangono non decifrabili con precisione. All'accusa
d’adorazione d’idoli demoniaci si aggiunse, tra le altre, anche quella
di praticare la sodomia.
el
suo saggio "Il rogo dei Templari", l'eminente storico francese
George Bordonove ha riportato molto fedelmente l'interrogatorio ufficiale
rivolto a Jacques de Molay dalla commissione inquisitoria presieduta
da Guglielmo d'Imbert in nome della Chiesa. Il gran maestro
dell'Ordine avrebbe confessato così: "... quarantadue
anni or sono fui ricevuto a Baume dal fratello cavaliere Humbert
de Pairaud, alla presenza del fratello Amaury de la Roche e di numerosi
altri (...) il fratello Humbert mi ingiunse di rinnegare Cristo rappresentato
su una croce (...) mio malgrado lo feci. Il fratello mi disse quindi
di sputare sulla croce, ma io sputai in terra una volta soltanto,
lo ricordo bene". L'inquisitore poi gli disse: "Quando
avete fatto voto di castità, vi fu detto dopo di unirvi carnalmente
con gli altri vostri fratelli?" De Molay rispose: "No.
E non l'ho mai fatto (...) mia intenzione fu sempre di fare compiere
ai nuovi cavalieri ciò che io stesso avevo fatto, e di riceverli
secondo lo stesso cerimoniale". Dunque il gran maestro,
pur ammettendo l'oltraggio alla croce come implicito cerimoniale
per l'ammissione all'Ordine, respinse con sdegno la pratica della
sodomia tra i templari. Una pratica peraltro assai meno infamante,
per la mentalità religiosa dell'epoca, dello stesso sputo
sulla croce. Alla fine dell'interrogatorio, ultimo atto di pressioni
psicologiche e di torture fisiche verso il vecchio gran maestro templare,
l'inquisitore d'Imbert disse a de Molay: "Avete voi proferito
qualche falsità, avete nascosto la verità?" De
Molay: "No. Non ho detto altro che la verità per la salvezza
dell'anima mia". Tuttavia quest'ultima risposta è controversa
nella trascrizione: Da copie postume degli atti processuali citate
dallo stesso Bordonove, risulterebbe che il gran maestro avesse invece
risposto: "...No. Ho detto questa verità per la salvezza
dello spirito". A bene intendere le parole, si nota come questa
risposta abbia un significato molto diverso. De Molay avrebbe detto
"questa" verità - ce ne sarebbero
state dunque altre? - per salvare lo "spirito" dell'Ordine.
ccettando
per buona, o in ogni caso probabile, quest’interpretazione, il gran
maestro avrebbe confessato d’essere apostata ma, nello stesso tempo,
anche di avere eluso i giudici. Egli non avrebbe potuto fare altrimenti.
 
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