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-------------------------------- RITO
COME ATTO ESOTERICO
I primi due, basilari, aforismi degli Aurea Carmina della Scuola Pitagorica
recitano testualmente: “Venera anzittutto gli dèi immortali secondo
la legge, e serba il giuramento” e “Onora gli eroi che sono stati resi simili
agli dèi, e ai dèmoni offri secondo il rito”.
In questo caso i “demoni” non sono intesi come nella dogmatica cristiana,
ma come entità intermedie e intermediarie tra gli uomini e le divinità
(cfr. gli angeli delle religioni rivelate, Cristianesimo, Ebraismo e Islam).
Il Pitagorismo, nel suo complesso, è un immenso
inno al ritualismo, alle liturgie cerimoniali: gli aforismi degli Aurea
Carmina (i “Versi d’Oro”) ne possono filosoficamente costituire il compendio,
integrale e organico. Si dice che questi “versi” siano stati composti
da un discepolo di Pitagora, tale Lisìde da Taranto verso il terzo
secolo dopo Cristo, ai quali seguì un commento di Ieròcle
nel quinto secolo. In più, Ieròcle li ripartì
in tre gruppi di undici ciascuno, seguendo il criterio della preparazione,
della purificazione e della perfezione (perfezionamento, attuazione)
dei riti. Gli Aurea Carmina costituiscono senza dubbio l’apice della
valenza esoterica dei riti d’ogni epoca e d’ogni civiltà.
Non solo: più che come un’opera di una determinata persona
particolarmente versata nella conoscenza esoterica, gli Aurea Carmina
dovrebbero essere studiati e valutati come il documento dell’ultima difesa
della sapienza occidentale antica - segnatamente greca e romana - nei
confronti del dilagante dogmatismo della religione dell’unico dio, del
Cristo. Difatti la ritualità della Scuola Pitagorica (Pitagorismo)
trasse origine dalla “sapienza dei misteri” non solo greci e siriani,
ma anche di altre civiltà dell’area europea, quasi a dimostrazione
dell’unicità e dell'universalità della valenza del “sacro”
e, in genere, del “divino”. |

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Peraltro la caratteristica peculiare della Scuola Pitagorica fu quella di
abbracciare concezioni misteriche diverse in sintesi unica, applicando la
conoscenza iniziatica nell’ambito essenziale delle Leggi della Natura, delle
Arti e delle Scienze. Così facendo, il Pitagorismo ebbe a definire
uno stile di vita e un ideale politico ampliamente apologetizzati in seguito
dal grande Giamblico. Della Scuola Pitagorica ci basti, in questa sede,
solo questo.
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Del resto abbiamo voluto iniziare il presente lavoro con una citazione
della Scuola Pitagorica in quanto essa è sintesi della ritualità
esoterica tradizionale. Nei primi due versi degli Aurea Carmina, volutamente
già trascritti, sono ravvisabili in modo esplicito i valori basilari
del rito come atto esoterico. Già l’espressione: “secondo la
legge”, indica un preciso riferimento alla “gerarchia delle potenze cosmiche”
e del loro “culto”, del quale il rito è espressione tangibile
e pragmatica. In tal senso, il precetto pitagorico è quello di
seguire e di eseguire i riti in conformità delle peculiari tradizioni
esoteriche (rivelate) vigenti, ma nel contempo nel rispetto della sapienza
esoterica (nascosta, per iniziati). In proposito, c’è da dire
che il Pitagorismo originale tenne in considerazione quella particolare
forma d’insegnamento iniziatico, detto “acroamatico” (letteralmente,
in lessico greco: “da bocca ad orecchio”), essenzialmente di tipo orale,
che prescriveva l’assoluta astensione di riportare per iscritto ogni
conoscenza iniziatica. |
Invero, al di là dei culti particolari delle varie tradizioni religiose,
nel rito trova espressione l’effettiva conoscenza dell’”essenza” delle potenze
divine e, non ultima, della loro unità cosmica. Per questo “sentimento”
dell’Universo, risulta comprensibile come la conoscenza iniziatica sia stata,
fin dalle origini, “coperta” attraverso il divieto di trasmissione scritta:
in sostanza, per non farla comprendere a chi non avrebbe potuto interpretarla
e, tanto meno, attuarla “secondo la legge”. Di questa conoscenza cosmica,
il rito è simbolo ed espressione. Dunque l’applicazione del rito
non significherebbe solamente mantenere un atteggiamento devozionale verso
gli dèi, verso gli eroi e verso i dèmoni, ma sarebbe la compenetrazione
in loro e nei loro “misteri” invisibili e visibili. Non a caso Ieròcle,
nel suo commento agli Aurea Carmina, definì l’uomo come un “dio mortale”.
Ovvero come un essere potenzialmente capace di raggiungere le deità
mediante la loro conoscenza e, la compenetrazione con loro: conoscere è
possedere, conoscere è identificazione. Di più, in certe tradizioni
sapienziali occidentali l’uomo è considerato non già come
un animale in evoluzione spirituale (cfr. le teorie “neo- spiritualiste”,
sorte e pescanti sull’onda del determinismo materialistico, del “darwinismo”
e dello “spiritismo”), bensì come un angelo decaduto ma, in sostanza,
già contenente in sé l’essenza del divino.
“Onorerà Dio nel modo migliore chi, nel proprio animo, gli somiglierà”.
E ancora: “Dio non ha migliore dimora che in un animo puro”.
Questi assiomi di Ieròcle peraltro, puntualizzano la natura e
la sostanza del rito: nel culto non si onorano le deità con forme
ed elementi esteriori, ma offrendo agli dèi la perfezione dell’officiante.
E in quest’officio, ognuno potrebbe essere (diventare) un sacerdote mediante
il ricongiungimento con il dio, del quale si deve conoscere (ri-conoscere)
la natura interiore. E’ come dire: per onorare Dio, occorre divenire (ritualmente)
Dio.
Questa è la legge, “secondo la legge”, cui ogni officiante deve
attenersi. Questo è, anche, il significato essenziale del rito come
atto esoterico e, pertanto, iniziatico: congiunzione o ricongiunzione con
la divinità, fusione in onnipotenza, essere universo.
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