SEGNALE  E  SIMBOLO

di Philippe Pinchon


La distinzione tra segnale e simbolo corrisponde a due concetti diversi dell’astrologia; per l’uno, gli astri sono degli oggetti reali, esteriori all’uomo che fanno parte nel senso ampio del termine all’ambiente naturale umano esercitando un’azione su questo, per l’altro sono delle rappresentazioni immateriali, di semplice riferimento, delle immagini archetipe che l’uomo possiede in sé e che non fa che proiettarli sull’universo che l’attornia.
Il segnale presuppone l’esistenza di un emettitore – la meccanica celeste – e di un recettore – l’uomo – e pertanto si pone al piano della relazione tra un oggetto ed un soggetto.
In quanto al simbolo, esso nega l’oggetto, nega la relazione privilegiando il soggetto in nome di una pseudo-integrazione che contiene dell’esoterismo.
Queste due fondamentali tendenze – che d’altronde corrispondono più o meno alla dualità cervello sinistro/cervello destro – si ritrovano lungo la storia dell’astrologia, che appare come una conoscenza perpetuamente in conflitto tra la tentazione simbolica da una parte e i tentativi razionalisti dall’altra.
Per chiarezza d’esposizione, distingueremo due periodi messi da una parte e dall’altra di ciò che si è convenuto chiamare la rivoluzione copernicana. Vi sarà, dunque, un prima e un dopo.
 

Prima della rivoluzione copernicana

I primi aspetti dell’astrologia ci mostrano ciò che si potrebbe chiamare un’astrolatria o un’astromitia, vale a dire un discorso che appartiene al mito e all’immaginario.
Gli astri non sono considerati come degli oggetti reali, ma s’integrano ad una mitologia, ad una rappresentazione del mondo: sono delle forze, delle semplici comparse di carta che sovente si confondono con le divinità.
In questo modo, nell’Antico Egitto ci si accontentava di distribuire sull’insieme dell’anno le differenti divinità: i dodici mesi erano posti sotto la protezione di dodici dei ed ogni mese era diviso in tre decani, in totale vi erano sessanta divinità.
Tuttavia, il sistema più eloquente al riguardo è quello dell’astrologia cinese che verte sull’universalismo, vale a dire sulla convinzione in un’armonia universale tra il macrocosmo e il microcosmo, tra il cielo e l’uomo: i cinque pianeti – Giove, Marte, Saturno, Venere, Mercurio – sono collegati a volte arbitrariamente e analogicamente ai cinque elementi terrestri: legno, fuoco, terra, metallo, acqua, alle cinque direzioni spaziali – est, sud, centro, ovest, nord –, avendo ognuno il suo “Signore” e, come per i successivi inserimenti, sono in seguito legati all’uomo, ai suoi cinque sensi “esterni” – odorato, vista, tatto, gusto, udito –, così come ai suoi “interni” – milza, cuore, fegato, reni. L’uomo in tal modo si trova collegato al cosmico, ma – e ciò è importante da segnalare ed anche da sottolineare –, da un sistema d’associazione di immagini e non da una relazione tra un oggetto ed un soggetto reali, tra un emettitore ed un recettore.
Per meglio dire, come in tutta l’astrologia simbolica, i pianeti sono alleggeriti da ogni realtà concreta per non essere che dei riflessi, delle comparse nel gran teatro del mondo, delle semplici rappresentazioni senza vita. In tali sistemi autoreferenziati, regolati dal solo gioco della libera associazione immaginativa, tutto diventa possibile perché non associare ai cinque pianeti, le cinque dita della mano o le cinque “membra” – machismo trionfallico obblige – dell’uomo.?
E’ in Mesopotamia che ci s’inizia ad occupare della realtà della relazione cielo-uomo e questo sotto forma di un’astrologia empirica, vale a dire fondata su delle osservazioni precise e minuziosamente annotate. In effetti si credeva che ogni fenomeno celeste fosse legato ad un avvenimento terrestre, così bene per cui era necessario osservare attentamente gli uni per poter predire anche gli altri. Il tutto era segnato nelle tavolette che stabilivano in modo tassativo delle relazioni tra configurazioni celesti – eclissi, congiunzioni – e incidenze terrestri.
Questi concetti possono sembrare in certo qual modo “magici”, o tutt’al più semplicistici, ma hanno il merito di tener conto del segnale planetario, di non ridurre il tutto ad una figura simbolica, di porre il problema in termini d’influenza, d’”azione sicura”, e non in termini di pura analogia e di semplice rappresentazione:
In una parola, con l’astrologia sumero-babilonese, si passa dal piano della rappresentazione non E a quello dell’esistenza.
E’ con l’astrologia ellenistica che si passa realmente dall’astro-segno all’astro-segnale, dal mito al logos, particolarmente con Tolomeo ed il suo Tétrabible, che ha avuto in effetti il merito mentre imperversava nell’ambiente culturale dell’epoca un’astrologia dove brulicava tutto un accordo ed un coacervo di divinità multiple improntate su diverse mitologie, di razionalizzare la conoscenza astrologica: esso si sforza, ci dice Knappich, di rimpiazzare con dei fattori razionali tratti della fisica, tutto ciò che rileva della mistica dove era rubato alla mitologia greca (p. 96)
Gli antichi dei planetari diventano così delle semplici forze naturali che esercitano un’influenza sull’uomo. Ma è soprattutto con il suo metodo interpretativo degli oroscopi individuali che Tolomeo s’allontana dal magico-simbolismo.
Effettivamente all’epoca, sempre secondo Knappich, coesistevano due metodi principali d’interpretazione: uno, qualificato come “egiziano” che privilegia lo zodiaco e, dunque, il sistema arbitrario e puramente simbolico di maestri, esaltazioni, cadute ed esili, o quello delle “parti”, punti fittizi senza realtà fisiche e l’altro, da lui chiamato “babilonese” basato sulla diretta osservazione del cielo (p. 72).
Quest’ultimo metodo era quello di Tolomeo: “esso pone l’accento sui pianeti e tiene conto non solo della loro posizione zodiacale ma anche e soprattutto delle loro relazioni con gli altri pianeti e con l’orizzonte (ibid). Così, già si ritrova all’epoca greca, in maniera concomitante, una doppia tendenza dell’astrologia: una che si vuole razionale e quasi scientifica e l’altra che non preoccupandosi del segnale astronomico, arbitrariamente moltiplica i segni complicando così a piacere le regole dell’interpretazione.
 

Dopo la rivoluzione copernicana

Benché si tratti d’una storia più recente, ci sforzeremo di sorvolare rapidamente su questo periodo che va dal Rinascimento ai giorni nostri. “Nihil novi sub sole”, in effetti : vi si ritrovano ancora e sempre le due stesse tendenze in “coabitazione” non sempre pacifica, tra lo scibile della tentazione simbolica ed il tentativo scientifico, per cui ci accontenteremo ritenere le rappresentazioni più significative.
Dalla  “parte del simbolo”, ci troviamo particolarmente i Rosa-Croce che presentano i pianeti come simboli delle potenze psichiche, e sicuramente tutti quei differenti sistemi simbolizzati o esoterici che imperversano ancora ai giorni nostri e che vivono sempre su dei concetti antichi dell’astrologia: vi si conserva l’antica medicina d’Ipparco, l’antica teoria degli umori e degli elementi, l’antico sistema dei maestri...; vi si aggiungono fioriture e gadget moderni, quali la teoria dei mezzi-punti od altri prodotti d’una immaginazione che allegramente si alleggerisce di ogni ancoraggio nel reale astronomico.
Dal “lato segnale”, si troverà evidenziato Keplero, “astronomo-astrologo” antenato del condizionalismo. Keplero rifiuta con violenza tutto quanto è senza fondamento reale. Così, respinge e contesta il sistema dei “maestri”, in quanto attribuzione puramente arbitraria dei pianeti nei segni, rifiuta i luoghi direzionali puramente geometrici. Inoltre condanna con veemenza le elucubrazioni degli “infami profeti che manipolano i numeri” (citato da Knappich, p. 192) e, aggiunge Knappich, critica anche “i profeti che – come Nostradamus – operavano con i movimenti mediani dei pianeti invece di considerare il loro movimento reale.  Per lui,la realtà fisica aveva più importanza del concetto matematico.
Infine, alla nostra epoca, si ritrova l’attitudine empirica dei sumero-babilonesi nei lavori di Choisnard e, più recentemente in quelli di Gauquelin.
In effetti, si tratta per gli uni come per gli altri, di collegare delle configurazioni celesti a degli avvenimenti terrestri. Le tavole statistiche, in questo caso, non sono molto lontane dalle tavolette babilonesi. E’ in ogni caso a Choisnard che si deve la famosa legge dell’eredità astrale, secondo la quale certe configurazioni ritornano con maggior frequenza nei gruppi familiari o di consanguinei che non nei gruppi costituiti da elementi senza legami di parentela. In definitiva, al termine di questo breve excursus storico, notiamo che questo sia prima o dopo la rivoluzione copernicana, l’astrologia si è sempre trovata in conflitto tra segnale e simbolo, tra razionalismo o empirismo da una parte e simbolismo dall’altra.
Infine, come conclusione, bisognerebbe sottolineare l’originalità della scuola condizionalista in rapporto a queste due tendenze dello spirito umano. In ogni modo, se questa astrologia s’interessa di più del segnale, non rifiuta per questo il simbolo.avendo la particolarità d’introdurre tra segnale e simbolo, un segnale astratto, come il R.E.T ®, come la Teoria delle Età.
Questi segnali astratti non solo sono tratti da segnali concreti che sono gli astri, ma permettono anche di ritrovare e di decriptare i simboli.
Al riguardo l’astrologia condizionalista può definirsi come quella che riconcilia la realtà astronomica e il discorso astrologico, che presiede all’unione del segnale e del simbolo, del cervello sinistro e del cervello destro.

[Brano tratto dal volume: Astrologie: une Science en marche. Actes du Colloque COMAC, Parigi 7 giugno 1997]

 

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