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San Francesco in meditazione

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Ma anche il Vescovo non poté far altro che allargare sconsolato le braccia ed affidare quel giovane alle mani del signore Iddio mentre tutta Assisi nel mese di gennaio (o febbraio) del 1206 sulla piazza di Santa Maria Maggiore davanti al palazzo del Vescovo Guido è presente al giudizio.

Tra il 1206 e il 1208 la conversione di Francesco è un fatto compiuto. Non bada più al mondo ma a Dio, che però ancora non conosce.

A lui si avvicina, per domandargli “senno et conoscemento" e nella tenebra della sua umanità gli si rivolge per chiedere con la preghiera spirituale, come deve fare per acquisire le tre virtù che sono un esclusivo dono di Dio “fede, speranza e carità.”.

Ma per realizzare più liberamente nei fatti ciò che ha concepito nell’animo, Francesco disdegnando i lasciti paterni e tutti i piaceri del secolo, mortifica la carne con veglie e digiuni.

Si spoglia degli abiti che indossa, veste la cocolla e il cilicio, abbandona i calzari e percorre le vie della città sul carretto trainato da un asino, lanciando indumenti e denari ai poveri e ai derelitti che si trovano sulla sua strada.

Al tramonto del sole la notizia del singolare avvenimento si era intanto propagata anche nella città di Perugia. Tutti nel circondario iniziarono a compiangere Pietro, il ricco mercante di stoffe d’Assisi, per quel suo figliolo da tutti creduto uscito di senno.

 L’uomo, sdegnato e umiliato è furente, si sente tradito nelle sue aspettative ed allora ripudierà il suo stesso sangue, quel figlio in cui aveva riposto tante speranze ed ora vergogna per l’intera famiglia, si dice che da quel momento non abbia voluto avere di lui più alcun ricordo.

Francesco si allontana e resta nei boschi del Subasio vivendo di ciò che la divina provvidenza mette a sua disposizione, soffrendo per i tempi violenti, per l’allontanamento degli uomini da Dio, per l’avidità e la corruzione che si era impadronita degli animi, fa penitenze, cura i lebbrosi, lavora i campi e ristruttura alcune chiese di campagna in rovina, quelle di San Damiano, San Pietro della Spica e della Porziuncola d’Assisi.

Francesco dà così inizio ad un nuovo percorso di vita.

Camminando scalzo prepara la via al vangelo, abbraccia la vita degli apostoli e nelle domeniche e nei giorni di festa assolve all’ufficio della predicazione nelle chiese e in altri luoghi di culto, riuscendo in mezzo alla società umbra del tempo a concentrare, a fondere in sé l’ardore originario della fede cristiana con quello dell’azione.

“Servite Dio in povertà e in letizia”, afferma Francesco a chiunque lo avvicina, non dimentichiamo però che per lui la povertà non era un fine ma solo un mezzo per abbandonare il peso di questa terra.

La figura del “Poverello d’Assisi” sta entrando ormai nella leggenda e le sue parole fanno breccia anche negli animi degli uomini più duri.

Percepite come il frutto della contemplazione stessa, sono trasmesse da Francesco con una limpidità e trasparenza tale che hanno qualcosa di divino. Ecco perché le sue predicazioni sono commoventi e richiamano una moltitudine di persone proprio perché riesce ad esprimere a tutti il senso profondo della fede cristiana.

Il 16 Aprile 1208 a lui si uniscono Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani, due nobili d’Assisi che gli hanno chiesto di poter condividere la sua forma di vita ed in seguito anche Egidio, Sabbatino, Morico, Giovanni della Cappella, Barbaro, Bernardo di Vigilante, Silvestro, quegli intimi compagni dei quali era solito dire: “questi sono i miei frati Cavalieri della Tavola Rotonda”.

Si uniranno poi anche Leone, Rufino, Masseo, Ginepro, Illuminato dell’Arce, Elia, Pacifico, Giovanni il semplice, e tutti andranno a stare alla Porziuncola.

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