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In generale la morte sta ad indicare la fine totale d'ogni cosa
viva o positiva.
In ottica metafisica, essa è la parte distruttiva dell'esistenza
e indica tutto ciò che scompare nell'ineluttabile evoluzione
delle cose visibili e non visibili.
Gli storici delle religioni e gli etnologi hanno ritenuto che
nelle culture arcaiche la morte di una persona fosse avvertita come
un fatto sociale che determinava una crisi non soltanto in ambito
familiare, ma soprattutto in quello più ampio del clan e
della tribù di appartenenza. Per questo le strutture sociali
reagivano alla morte attraverso una serie di mezzi mitici e rituali
secondo i modelli culturali delle varie collettività.
Intendendo la morte come evento innaturale, gli antichi tesero
a individuarne le cause con metodi divinatori propri delle singole
culture: per esempio, conoscere la morte serviva a riprendere in
qualche modo il controllo della natura delle cose, e a stabilire
quali fossero state le azioni da compiere per ristabilire l'equilibrio
perduto. La morte non fu vista tuttavia come fine dell'esistenza
della persona.
Dopo la morte l'individuo sarebbe andato a fare parte di un'altra
dimensione, avvertito dai vivi come potente e superiore,
che incute timore e rispetto nel mondo materiale. Trasformato in
doppio o in fantasma, in ombra o in spettro, il defunto sarebbe
diventato per lo più aggressivo in quanto strappato alla
vita, a cui sarebbe rimasto per certi versi legato.



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