a cura di Calogero Falcone


Di Fronte alla morte

Al di là dei libri e dei testi sacri che ci parlano della morte, essa viene vissuta da ognuno di noi in modo diverso a seconda del proprio pensiero ma anche e soprattutto delle proprie esperienze dirette. La morte, un argomento fondamentale. Finché non ci interessiamo di lei, forse non capiamo fino in fondo nemmeno il senso della vita.

La prima volta che incontrai la morte fu da bambino, quando vidi il corpo privo di vita della madre di un mio amico. Questa visione mi accompagnò con terrore per molto tempo, al punto che per anni rifiutai di voler vedere un morto. Fino a quando riuscii, sforzandomi ed educandomi, a superare il problema. Poi, alla sola età di 24 anni in un incidente in Spagna, morì mio figlio. Sono sempre stato convinto, ho sempre avuto fede nella resurrezione, nella potenza del Dio vivente e permanente e, quando in quella tragica occasione mi chiesero se desideravo entrare in contatto con l’anima di mio figlio, rifiutai. Così come rifiuto ogni forma di spiritismo o di channeling, un connubio innaturale che tutte le religioni condannano. E a cui oggi si affiancano spesso atteggiamenti del tutto inutili come quelli legati all’“angiologia” o alla “demonologia”, lontani da ogni ricercatore spirituale. Dopo 2500 anni di pienezza profetica, biblica e orientale, possiamo avere un rapporto con Dio senza bisogno di mediazioni. Perché Dio è fuori di noi ma è anche dentro di noi, scrive le Sue leggi nei nostri cuori e noi possiamo accedervi in modo diretto. Non dimentichiamoci mai che siamo sospesi tra il cielo e la terra. Spetta quindi a noi decidere se tornare alla terra (“Polvere sei e polvere diventerai”) o se aspirare al Cielo. Ed ecco che appare un altro problema di cui si parla molto in questi anni e troppo spesso in maniera superficiale: la reincarnazione. Quello che penso io al proposito è che resta una questione accettabile solo ed esclusivamente all’interno della coerenza orientale. Al contrario rifiuto ogni idea di reincarnazione nell’ambito del pensiero biblico, e in particolare trovo inconciliabile l’idea della reincarnazione con il Vangelo e il pensiero cristiano, come alcuni in modo del tutto scorretto si ostinano a sostenere, Dio non segue una legge karmica. Il suo amore è esteso a tutti, anche a coloro che non vivono per l’immortalità ma sono necessari per la formazione dell’identità di ciascuno, per la storia della salvezza globale e individuale. È come se piccoli specchi di Dio, avessimo bisogno di altri specchi diversi da noi, che forse non raggiungeranno lo stesso traguardo ma che sono comunque elementi necessari. Perché ribadisco siamo noi, sospesi tra il cielo e la terra, che decidiamo quale dei due scegliere. Infatti esistono diversi atteggiamenti di fronte al problema della morte: C’è l’atteggiamento di chi, come la Bhagavad Gita, sostiene che la morte non esiste. Nessuno nasce e nessuno muore, perché tutto è eterno. Nel momento in cui il discepolo Arjuna scopre che la sua identità, il suo atman, la sua anima è della stessa natura di Krisna, non temerà più la morte ma compirà i suoi doveri. Questa è la visione estrema del Vedanta, che rappresenta la massima espressione della filosofia indiana. Esistono poi visioni intermedie sull’aldilà, ma è stata una conquista lenta. In un testo francese di Cernette, vengono espresse le diverse concezioni dell’Aldilà. Gli antichi non avevano la certezza della sopravvivenza, che per lo più era riservata ai potenti, agli esseri semidivini. Oppure veniva concepita come l’Ade dei Greci o lo Scheol degli ebrei, come un barlume di vita, una sopravvivenza come ombra. L’evoluzione del concetto di anima all’interno della filosofia greca ha quindi prestato i suoi strumenti logici ad altre tradizioni, semitiche come cristiane, sostenendo che il compito del saggio è interrogarsi sul senso della vita, di prepararsi alla morte perché scopre l’anima che non si identifica con il corpo anche se non esclude il corpo. Ma la visione biblica è quella di una persona totale e concreta. L’uomo, pur essendo mortale, è abitato dallo spirito e la sua speranza, attraverso la rivelazione, è quella di vivere in eterno. Non sappiamo come sarà il Regno di Dio, ma sappiamo come sarà un Regno dove tutti potranno riconoscersi senza dipendere l’uno dall’altro. Diversamente dall’idea della reincarnazione e dell’immortalità dell’anima, la resurrezione favorisce la valorizzazione dell’individuo. Di me, di te. E seguendo gli insegnamenti dei Padri della Chiesa Orientale si viene a conoscenza del fatto che la reincarnazione del Verbo ci sarebbe stata anche se i nostri progenitori non avessero peccato. Lo scopo dell’incarnazione è infatti sempre quello di Dio che si fa uomo per divinizzare l’uomo. È la nostra identità, il nostro “essere particolare” che può venire divinizzato dalla continua presenza e trasformazione dello spirito di Dio in noi. Si è uniti a Dio non per paura di una perdizione ma per il desiderio più profondo che il nostro essere ha e prova nei confronti della divinità.

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Bibliografia
René Guenon, L’errore dello spiritismo, Luni ed.
Bhagavad Gita, Adelphi ed.
F.Savater, Le domande della vita, Laterza ed.
Osho Rajneesh, L’arte di morire, Giustina ed.
J. Vernett, L’aldilà, Editori Riuniti.
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* articolo tratto dalla Rivista HOD Anno 2 N° 8
 

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