La rosa ch'ella coglie non si vede, Ma
come odora all'aria allucinata! Fragranza pafia, calda,
delicata. Sospiro di boccioli aulente e fresco.
Ch'educa Diana su pei casti poggi, Ed
alito dell'orchidea nefasta Che ignara un dì
Proserpina spiccava Del cielo ad incremento e dell'inferno.
A qual profonda coppa liliale Le
driadi, a sera, sorbiranno mai Un nettare di gioia
più squisito -
In valli di malia distillato Da
zefiri adoranti, e poi recato In estasi alle labbra
della Notte?
George Sterling (da
Poesia n. 238 - Crocetti Editore)
Il gruppo dei Monti Sibillini, chiamati in altro modo
"montagne azzurre", possiede due nuclei distinti
di leggende; uno riguarda la fabulazione incentrata sulla
grotta di Sibilla, che si apre alle pendici del monte
Vettore.
E' bene specificare subito che nelle tradizioni classiche,
le greche e le romane, la denominazione "sibilla" fu
appellativo proprio delle indovine ritenute in comunicazione
diretta con gli dèi. In origine fu probabilmente
il nome proprio di una profetessa, già citata
dal filosofo Eraclito di Efeso. Secondo la tradizione
comunemente accettata, Sibilla sarebbe stata figlia di
Zeus e di una Lamia, un essere infernale dotata di poteri
divinatori.
In altre mitologie, sottoscritte principalmente dagli
eruditi rinascimentali, Sibilla sarebbe stata generata
dal capostipite della città di Troia, Dardano,
unitosi alla ninfa Neso. Tuttavia le fonti riferirono
di più sibille, ognuna dimorante in un territorio
preciso. Il loro numero sarebbe stato elevato. Lo storico
Marco Terenzio Varrone, che scrisse nel primo secolo
a.C., ne enumerò almeno dieci che avrebbero profetato
al suo tempo. Il cronista romano scrisse che fossero
state esseri semidivini e capaci di vivere per moltissimo
tempo. Loro caratteristiche peculiari sarebbero state
l'invasamento, concepito come possesso sessuale da parte
della divinità cui erano votate, e la libertà
assoluta di profetare anche quando l'oracolo non fosse
stato espressamente richiesto.
Dalla loro decantata attitudine per l'invasamento
fisico nacque verosimilmente il pensiero, tipicamente
medievale, che le sibille fossero state indissolubilmente
legate al sesso e, giacché erano pagane, la sessualità
sarebbe stata imperniata sulla lussuria e sulla depravazione
dei costumi. Il contenuto delle profezie di alcune di
esse fu messo per iscritto, tanto che in epoca imperiale
romana ne circolarono varie raccolte. Secondo la leggenda,
la Sibilla di Cuma avrebbe venduto al re romano Tarquinio
Prisco i così detti Libri Sibillini, mentre alla
cultura ellenistica sarebbe appartenuta la raccolta degli
Oracoli Sibillini.
Nella tradizione letteraria cristiana delle origini,
le Sibille furono assimilate ai profeti dell'Antico Testamento,
ma nel Medioevo non fu così, tutt'altro.
Nel cuore di Sibilla
In pieno Medioevo, verso la fine del secolo XIV, iniziarono
a diffondersi nelle zone appenniniche racconti fantastici
sull'antro incantato e misterioso di una sibilla dimorante
i monti.
Le fu dato il nome di Alcina. Il tema fu ripreso da
Andrea da Barberino nel poema epico Guerin Meschino nel
quale la Sibilla, assunti a piene mani gli attributi
mitici della dea Venere, operò nella duplice dimensione
di profetessa e di seduttrice di uomini.
Dopo da Barberino fu Antoine de la Sale a cimentarsi
nel narrare nuove esperienze. Egli scrisse di essere
salito alla caverna di Sibilla guidato da un medico,
tale Giovanni da Sora e da alcuni giovani del paese
di Montemonaco nel maggio del 1420.
Un grande masso ne avrebbe ostruito l'accesso, per
cui si sarebbe reso necessario procedere a carponi. Alla luce delle torce de la Sale avrebbe distinto
un vano quadrato ricavato dalla roccia ma per proseguire
oltre sarebbe stato di rigore infilarsi in uno stretto
cunicolo, all'apparenza senza fine, che sarebbe sceso
verso il basso. De la Sale non ci sarebbe entrato, ma
riferì che anni prima cinque montanari avessero
proceduto lì dentro per oltre tre miglia, fino
a quando un vento fortissimo li avrebbe costretti a tornare
in superficie.
De la Sale scrisse anche che un prete, certo Antonio
Fumato, gli avesse raccontato di aver accompagnato due
giovani tedeschi alla grotta e di essersi tutti e tre
inabissati nelle viscere del monte oltre la cosiddetta "foce del vento" fino
a giungere a due misteriosi
portoni di ferro. Ci sarebbe stato anche un ponte tra
le sponde di un fiume di acqua cristallina, sulle cui
arcate sarebbero state incise dai diavoli alcune oscure
iscrizioni.
Continuando i racconti di Fumato, de la Sale aggiunse
che oltre al ponte si fosse aperto un largo pianoro attraversato
da un agevole sentiero, alla fine del quale ci sarebbero
stati due simulacri di draghi dalle forme bellissime
e solenni, lavorati in rocce di natura scintillante.
Una luce vivace e soffusa per quanto di origine ignota,
avrebbe completamente illuminato il paesaggio. Oltre alle statue dei draghi, si sarebbe aperto uno
stretto passaggio di circa cento passi.
Il corridoio sarebbe sfociato in un piazzale quadrangolare.
Qui ci sarebbero stati appunto i portoni di ferro che,
sbattendo in continuazione l'uno contro l'altro, avrebbero
reso il passaggio molto precario.
Il prete disse che i due tedeschi sarebbero riusciti
a superare lo sbarramento, ma che lui non aveva osato
inoltrarvisi per paura.
Finì il suo resoconto dicendo di aver atteso
molto tempo il ritorno dei giovani. Poi, credendoli morti,
Fumato sarebbe risalito in superficie.