Vincenzo Maria Cimarelli, storico insigne di Corinaldo,
(Marche) scrisse nel periodo a cavallo del XVII secolo e
quello precedente. Secoli dopo, verso il 1920, tra le sue
carte inevase è stato ritrovato un racconto il quale,
in termini decisamente tenebrosi, narrava del rinvenimento
del sepolcro di quella che le leggende definirono poi la
tomba del “principe dei Giganti”.
Cimarelli cominciò con il dire che, secondo una
tradizione orale locale, nei giorni precedenti il Natale
di un anno intorno al 1500, uno strano personaggio si sarebbe
aggirato per i borghi di campagna del circondario di Senigallia
(Marche). Avrebbe portato al fianco una spada ricurva secondo
l’uso saraceno e sarebbe stato completamente vestito di
nero e cercato di ingaggiare a pagamento uomini per un lavoro
di cui non avrebbe voluto rivelare la natura.
Il periodo di fame endemica della gente del posto, unitamente
ai modi amichevoli che l’uomo avrebbe ostentato, convinse
tre contadini ad assecondarlo. La notte successiva al Natale
l’uomo in nero li avrebbe condotti in aperta campagna, in
prossimità del rudere di una costruzione che stava
lì da chissà quanto tempo e avrebbe ordinato
ai contadini di scavare. Così fecero, fino a quando
la luce del nuovo giorno comparve fioca all’orizzonte.
Uno di essi con il badile avrebbe poi urtato un oggetto
interrato. Si trattava di una massiccia porta di legno che,
aperta a fatica, dava accesso ad alcuni gradini di pietra
situati nel basso. A questo punto l’uomo in nero si sarebbe
buttato sulla piccola scalinata e, seguito con circospezione
dai contadini che reggevano le torce, sarebbe entrato in
un vano al cui centro troneggiava un enorme sarcofago. Dopo
aver baciato con deferenza la pietra tombale, il misterioso
personaggio avrebbe cominciato a salmodiare strane frasi
e a cospargere la camera mortuaria con fumigazioni d’incenso
tratto dalla bisaccia.
Dopo qualche minuto la lastra sepolcrale della tomba
si sarebbe sollevata e, dall’avello aperto, sarebbe uscita
una creatura fantastica enorme. Il misterioso uomo in nero
le si sarebbe inginocchiato davanti con le braccia protese
verso l’alto, mentre i contadini sarebbero fuggiti atterriti.
A quel punto la stanza sarebbe completamente franata e tonnellate
di terra avrebbero sepolto sia la creatura che l’uomo che
l’aveva risvegliata.
I contadini sarebbero rimasti terrorizzati dall’esperienza:
il più giovane di essi avrebbe anche perso il lume
dell’intelletto, mentre gli altri raccontarono l’episodio
prima ad un curato di campagna e poi al vescovo di Senigallia
il quale, sostenne Cimarelli, diede loro l’assoluzione dal
peccato di aver portato alla luce una creatura infernale.
La notizia dell’avvenimento percorse per molti giorni le
campagne di Corinaldo. Sarebbero state eseguite processioni
di fedeli per esorcizzare la creatura, ordinati tridui religiosi,
celebrate messe nelle città e nei campi. Lo svolgimento
dei fatti fu variamente riportato secondo la fantasia di
chi lo rinarrava. La paura della gente di un gigante che
vagava per le campagne durò ancora molti anni.
Cimarelli scrisse che uno dei contadini scampato “…alla
pugna contro lo Inferno” avesse testimoniato, al cospetto
del legato vescovile Umberto Maria Sansalvo, che la creatura
fosse alta oltre cento spanne, con lunghissimi capelli neri
corvini imbrattati di sangue e con gli occhi luminosissimi
scintillanti “di carbonchio”. Il corpo sarebbe stato
coperto da una lucente armatura d’oro massiccio. Con la
mano destra reggeva una spada con l’elsa tempestata di pietre
rilucenti, mentre con la sinistra, uno scudo tondo all’apparenza
pesantissimo, sul quale sarebbero state incise figure mai
viste. La creatura avrebbe avuto sul capo un sorta di cresta
di gallo e la sua voce era più roboante di un tuono.
Il contadino disse che, appena sorto in piedi dall’avello,
il gigante esclamò: “guai a voi, o mortali!”.
Il poveraccio concluse la testimonianza riferendo che si
fossero salvati soltanto per avere fatto un grande balzo
verso i gradini dell’ingresso. Del principe dei Giganti
non si seppe più nulla.