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 di Fernanda Nosenzo Spagnolo

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 La teologia cristiana, dal significato "laico" del miracolo degli antichi (cfr. il latino miraculum: cosa meravigliosa, dal verbo mirari: meravigliarsi), è passata a considerarlo un dato che supera il modo di agire di ogni creatura e di ogni manifestazione tangibile, per la qual cosa nel miracolo si rivelerebbe sia la presenza che l'opera di Dio.

Le tesi teologiche sembrano venire sottolineate e ribadite dall'immaginazione del popolo, sebbene il folclore ne ponga in risalto più l'immagine di eccezionalità meravigliosa che quello più propriamente religioso. Il carattere religioso del miracolo fu solennemente ribadito nelle deliberazioni del primo concilio vaticano e venne ribadito il ruolo del miracolo nell'atto di fede come "argomento certissimo".

Il secondo concilio vaticano, invece, comprese i temi miracolistici nel quadro generale della storia della salvezza: la rivelazione, si dichiarò, avviene soltanto attraverso quelle parole e quei fatti che manifestano l'intervento di Dio nella storia. In questi termini, la dimensione apologetica del miracolo fu ridimensionata in una prospettiva teologica di respiro più ampio.

Bisogna sottolineare che la manifestazione del miracolo riveste un ruolo primario, quasi essenziale, nelle dottrine della così detta "rivelazione". In questo genere di scritti, quasi tutti vetero testamentari, il miracolo è osservato come segno di potenza.

santi

L'evento trascendente viene qui valutato, nonchè onorato, come manifestazione della volontà e della presenza divina. Appunto perché tale, nei testi di rivelazione l'evento miracoloso risulta stimato anche come tramite di salvezza per uomini giusti e per popoli interi.

Nei termini più propri della filosofia, gli eventi miracolosi si inquadrano nel contesto dei fatti empirici, comunque trascendenti le leggi note della natura, dovuti all'intervento di Dio o di altre forze sovrumane.

Nel volgere dei secoli, la speculazione filosofica ha individuato diverse teologie del miracolo. Esse scaturirebbero dal differente contesto culturale nel quale il miracolo è collocato dalle varie tradizioni religiose. Per esempio, nella tradizione ebraica il miracolo è principalmente una testimonianza della benevolenza divina nei confronti del suo popolo. Non di meno gli evangeli cristiani, storicamente ed ideologicamente in massima parte di derivazione culturale ebraica, riprendono il tema del miracolo e lo incentrano sulla figura di Cristo, attribuendo al redentore l'attuazione dei miracoli.

L'opera taumaturgica di Gesù, tuttavia, starebbe a sottolineare non tanto il carattere prodigioso degli eventi, quanto piuttosto la funzione rivelativa della sua missione divina sulla terra e della volontà salvifica di Dio suo padre.

Come in altri scritti di rivelazione, anche negli evangeli il potere di operare miracoli si trasferisce in altre persone, in particolare negli  apostoli e nei discepoli, successivamente sui santi, affinché possano essere testimonianza del crisma conferito loro da Dio.

Nel diciannovesimo secolo la maggioranza degli scienziati positivisti ha contestato il valore dei miracoli non soltanto in ottica religiosa, filosofica o sociale, ma nella loro stessa realtà fenomenica.

In nome del carattere inderogabile delle leggi fisiche naturali, hanno ravvisato nelle fenomenologie miracolistiche, da essi considerate ragionevolmente inattendibili o addirittura immaginate, una reminiscenza delle antiche fantasie e superstizioni di popolo.

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