Presso molte civiltà del passato, la magia ha assolto anche il compito di dominare le forze della natura a beneficio degli uomini.
Coloro che la praticavano erano persone importanti ed
influenti di società che nutrivano piena fiducia nell’opera
sciamanica. Né ora meraviglia il fatto che, grazie alla
loro collocazione sociale, gli sciamani avessero spesso raggiunto la posizione
di massima autorità nelle comunità umane primitive. Infatti
sembra che gli sciamani
ed i maghi avessero potuto assurgere al rango di capi e di monarchi.
Presso gli aborigeni australiani non esistettero capi né sovrani, ma un'oligarchia di uomini anziani ed autorevoli che all’occorrenza si riunivano in consiglio e che deliberavano su tutte le questioni di importanza collettiva.
Le loro assemblee corrisposero a quello che, in epoche successive ed in altre parte del mondo, fu il senato (gerontocrazia).
Le loro assemblee corrisposero a quello che, in epoche successive ed in altre parte del mondo, fu il senato (gerontocrazia).
Nell’Australia centrale, dove la natura desertica del territorio
ed il quasi totale isolamento da influenze esterne ritardarono il progresso
sociale, ai rappresentanti delle varie tribù fu affidato il compito
principale di celebrare i rituali magici. Da essi si attese che grazie
alla magia, dai riti sviluppata, la popolazione potesse essere rifornita
di cibo e degli elementi essenziali alla sopravvivenza. Gli anziani degli
aborigeni australiani diventarono in questo modo maghi pubblici, destinati
anche a prendere cura dei magazzini di cibo, generalmente fenditure nelle
rocce o buchi nel terreno, nei quali erano conservati anche le pietre ed
i bastoni sacri ai quali, si credeva, erano legate le anime dei vivi e
dei defunti, pertanto gli anziani dovettero espletare funzioni civili ed
usanze tribali, e la loro funzione preminente rivestì un carattere
magico e nel contempo sacrale che, gradualmente, assunse il significato
di comando, quindi di sovranità sulla collettività.
Nella Nuova Guinea, pur essendo stata abitata da popolazioni civilmente e culturalmente superiori agli aborigeni australiani, il ruolo di capo esistette soltanto in forma che possiamo definire embrionale. Infatti, pur non essendosi verificato che una persona fosse pervenuta ad alti ranghi di comando, invalse la credenza comune che i capo tribù avessero potuto comunicare con gli spiriti e che avessero potuto indirizzarne l’influenza. Pertanto, se uno di essi imponeva un tributo, la gente lo versava di buon grado nella convinzione che qualora non lo avesse fatto, il capo tribù avrebbe potuto grazie agli spiriti fare accadere disgrazie, malattie e lutti. Indubbiamente presso le collettività tribali della Nuova Guinea, fu usanza credere che colui che avesse funto da guida politica, avesse posseduto anche poteri magici: l’equiparazione tra mago e capo appare anche in questo caso ben evidente.

Nel continente africano furono pienamente sviluppate le funzioni
di sovrano, molto spesso equiparate a quelle dello sciamano, nella fattispecie
del “mago della pioggia”.
Presso i Wambu, una tribù di etnia bantù dell’Africa orientale, il potere enorme degli stregoni era trasmesso per via ereditaria, ed in forza delle loro capacità magiche raggiungevano il rango di sovrani. La loro pratica principale era quella di provocare la pioggia. Allo scopo essi usavano pietre pluviali che gettavano in uno stagno o in una pozza d’acqua. Poi alzavano verso il cielo un bastone e mimavano di richiamare le nuvole oppure di allontanarle recitando nel contempo una formula di incantesimo. Oppure inserivano in una fenditura del terreno le viscere di un animale sacrificato, in particolare di una capra, e spruzzavano acqua verso il cielo pronunciando la formula d’incantesimo.
Presso le tribù situate ad ovest del lago Alberto il mago della pioggia fu sempre un sovrano, oppure lo diventava. Il monarca era considerato il grande dispensatore dell’acqua, colui che aveva il potere di far cadere o di allontanare la pioggia. Egli poteva delegare i suoi poteri ad altri oltre i propri territori, così che il beneficio era a più ampio raggio e l’acqua poteva scendere su molte zone del territorio posto sotto la sua giurisdizione.
Nell’Africa occidentale, si ritrovò la stessa assimilazione
tra le funzioni regali e quelle sciamaniche, tipica delle tribù
delle altre regioni africane. Tuttavia nelle collettività primitive
occidentali, specie presso le etnie fan, a tali mansioni fu connessa
anche quella di fabbro, giacché la metallurgia sarebbe stata considerata
un'arte sacra e soltanto i re avrebbero potuta praticarla. Spesso però
i sovrani facevano una morte violenta, infatti in periodi di siccità
poteva accadere che la popolazione infuriata li uccidesse, oppure li esiliasse,
credendo che fossero gli sciamani ad impedire che arrivassero le piogge
o che non avessero fatto abbastanza per provocarle. Comunque sia, lo sconfinato
timore reverenziale che gli sciamani incussero nei popoli primitivi, provocarono
l’accumulo di sostanziose ricchezze in bestiame ed in appezzamenti
terrieri da parte di costoro, arricchimento che probabilmente contribuì
all’avanzamento del loro rango fino al più elevato gradino sociale.
Peraltro sembra ammissibile che le funzioni sciamaniche fossero poste in relazione alla regalità. Inoltre secondo le tradizioni primordiali, in genere africane, il potere di provocare o di allontanare la pioggia fu sempre appannaggio dei capi o degli eroi delle mitologie locali, i quali sostanzialmente diedero origine alla nozione di dignità regale.
Così Chaka, il famoso sovrano zulu citato nel libro “Il Ramo d’Oro” del celebre antropologo James Frazer, si dichiarava l’unico sciamano dell’Africa sia per sottolineare il suo potere straripante nei territori meridionali, sia perché ammettendo l’esistenza di rivali nella pratica magica di provocare piogge, la sua vita sarebbe stata in pericolo.
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