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Nel 1263, Tommaso d’Aquino compilò la “Summa Teologica contra
Gentiles”, testo che costituì il compendio del pensiero cristiano
in merito alla magia e alla stregoneria. L’opera restò un esempio
della teologia anti-magica per lunghissimo tempo.
Per d’Aquino il potere derivante dalle arti magiche sarebbe peculiare
del demonio e contrasterebbe il messaggio di Cristo. Questa posizione
ideologica permeò tutto il periodo del Medioevo.
Nonostante gli anatemi della Chiesa, la cultura dell’epoca fu pervasa
dalla convinzione dell’esistenza di una realtà meravigliosa, nella
quale sarebbe stato possibile compiere azioni straordinarie mediante
l’intervento di forze naturali invisibili. |
La cultura magica medievale si espresse anche nella diffusione di testi
di materia quali il “Picatrix”, il “Libro delle Leggi” (o degli esperimenti),
il “Tetrabiblos” e l’”Introductorium”. Questi testi risentirono oltremodo
delle influenze della magia e della medicina naturale provenienti dal mondo
islamico e da quello greco-bizantino.
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Ma la magia medievale in Occidente fu sostanzialmente
Alchimia, ovvero “arte della trasformazione”.
Secondo la concezione magica degli alchimisti non vi sarebbe una vera
distinzione tra il mondo dei minerali e il mondo degli uomini: come gli
esseri organici, i minerali si genererebbero tra loro grazie ad un misterioso
seme nascosto alla cui ricerca furono dedicati studi e ricerche.
Gli alchimisti partivano dalla concezione dell’unicità delle
forze vitali che permeano l’Universo e che si esprimono nei moti degli
astri del firmamento.
In base a ciò, tutto il Cosmo avrebbe vita e la peculiarità
della vita sarebbe una mitica sostanza capace di agire sulle altre nobilitandole
e trasformandole, prima in oro e quindi in luce. |
Molti esoteristi contemporanei hanno ravvisato in questa prassi, sostanzialmente
magica, la metafora della trasformazione interiore degli uomini in senso
altamente spirituale, il che equivale a dire all’avvicinamento mistico dell’uomo
alla divinità.

Nel Medioevo la magia, intesa generalmente come trasformazione alchemica,
si identificò in tal sostanza chiamata variamente “Pietra dei Filosofi”,
“Pietra Filosofale”, “Quintessenza” o “Elisir di Lunga Vita”. Tra il 200
e il 400, le pratiche magiche meno colte erano largamente in auge presso
i popoli d’Europa. Lo stesso Dante Alighieri, nelle sue opere minori
e nella “Divina Commedia”, si pose il problema.
| Per il sommo poeta italiano, personaggio chiave della
cultura del periodo, la magia si collegava strettamente all’inganno del
demonio, considerato come la sola creatura dell’Universo alla quale sarebbe
stato dato il potere di modificare, seppure nell’apparenza, l’ordine
naturale delle cose e le sue leggi (cfr. “Divina Commedia”, Inferno XI”…ipocrisia,
lusinghe e chi affattura falsità, ladroneccio et simonia/ruffian,
mago, baratti e similar lordura…”).
Secondo Dante, tra quelli che “affatturavano”, vi sarebbero stati
anche gli indovini nonché “…le tristi donne che lasciaron l’ago,
la spola e il fuso e fecersi indovine/fecer male con erbe e con imago…(“Divina
Commedia”, Inferno XX). Nello stesso arco di tempo la magia cosiddetta
“dotta” non venne presa in seria considerazione dagli intellettuali,
ignorata da quella vasta corrente di pensiero in cui il confine tra magia
e nuove scienze appariva tutt’altro che tracciato in modo definitivo. |

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Nella letteratura del tempo fece decisamente eccezione la figura di Giovanni
Boccaccio che, nella sua lunga frequentazione della letteratura classica,
aveva ricavato rispetto e conoscenza per la magia alta e sapienziale. Nel
suo “Decamerone” compaiono infatti in maniera quasi ossessiva le figure
di “negromanti” dai poteri eccezionali e sorprendenti.
L’avversione di un largo strato di popolazione per la cultura magica
condusse necessariamente a un inasprimento religioso, segnatamente ecclesiastico
e giurisdizionale, verso ogni forma di magia e contro coloro che venivano
accusati di praticarle; una tensione che condurrà agli eccessi nei
secoli successivi.
3)
Periodo umanistico-rinascimentale
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