Le principali prove storiche della cultura magica arcaica
sono state evidenziate in seno alla civiltà egizia.
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In
Egitto, l’ ordinamento sociali fu improntato sulle credenze e sui culti
magici. I maghi esercitavano un’arte sacra, chiamata “hikeh”, il cui
fine era quello di assoggettare le forze e i fenomeni naturali ai loro
voleri e gli stessi dèi del pantheon egizio furono considerati
entità che esercitavano tale arte. Ma la magia egizia si espresse
soprattutto nell’arte dell’evocazione dei morti, come peraltro accadeva
nei sistemi magici di altre popolazioni (Babilonesi, Ebrei ed Assiri):
attraverso gli incantesimi i morti sarebbero riaffiorati sotto forma
di spettri che comunicavano ai maghi-evocatori il loro stato di esistenza
larvale. |
Inoltre i maghi egizi, basandosi sulla magia degli incantesimi – la forza
del nome, della cifra, della parola e del tono – cercavano di costringere
le divinità a rivelare le loro intenzioni e a modificarle qualora
fossero state ostili alla popolazione.
I maghi mesopotamici elaborarono invece una costruzione magico divinatoria
che è rimasta alla base delle concezioni attuali in materia di predizione. Poiché
tutto l’Universo sarebbe infatti armonico e collegato in un ordine unico,
le manifestazioni visibili e invisibili interagirebbero tra loro e predeterminerebbero
gli eventi, cosìcché il futuro sarebbe conoscibile. Esso potrebbe
essere conosciuto grazie ad un grandioso simbolo della natura e della volontà
divina: il firmamento. L’ordine che collegherebbe gli Astri sarebbe pertanto
la forma stessa dell’ordine cosmico e comprenderebbe in sé ogni spazio
ed ogni tempo.
Di conseguenza, in considerazione che ogni essere vivente farebbe parte
del Cosmo, nel firmamento si sarebbe potuto leggere il destino, o per meglio
dire si sarebbero potuti conoscere i modi in cui l’esistenza del singolo
essere vivente o dell’intera collettività s’inseriva nell’ordine
dell’Universo. Grazie a tali concezioni, prese enorme diffusione quella
branca antichissima della magia che in tempi attuali chiamiamo con il termine
di astrologia.

Nella cultura greca la magia fu concepita come un corpo d’insegnamenti
esoterici originati nella Persia (cfr. Zoroastrismo) anche se dal IV secolo
essa rientrò nell’accezione generale del termine, in altre parole
dell’arte di modificare l’ordine degli eventi. C’è da dire tuttavia
che la magia greca dell’antichità ebbe come motivo conduttore principale
la dominazione di fato (destino individuale o collettivo) inteso come potenza
naturale incombente, caotica e informe alla quale sarebbero assoggettati
gli esseri viventi e gli dei stessi.
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Questa forza magica oscura poteva essere interpretata nelle sue manifestazioni
attraverso gli interventi delle “pizie” – una sorta di maghe-indovine-sacerdotesse
che divinavano nel nome di specifiche divinità – ma non poteva
essere sconfitta. Inoltre una parte ragguardevole della magia greca era
costituita dai cosiddetti “Misteri”, dei quali la scuola pitagorica dell’isola
di Samo divenne centro propulsore. La magia dei Misteri era fondata sostanzialmente
su cerimonie rituali segrete (esoteriche) compiute per raggiungere comunicazioni
soprannaturali interiori con differenti e specifiche divinità. |
I principali Misteri magici erano celebrati ad Eleusi in onore di Demetra,
dea della terra e a Creta in onore di Dionisio, dio dell’armonia e della
bellezza.

La cultura magica romana fu dominata da una mentalità di per sé
profondamente pragmatica. C’è da dire che essa sorse da contatti
con altre Culture: prima con quelle etrusche e greca, poi con quella mediorientale. Lo
storico Plinio il Vecchio ha riportato un ampio repertorio di pratiche magiche
in uso a Roma e nei territori ad essa sottomessi. Da questi resoconti si
è evidenziato che la prassi magica romana avesse seguito pratiche
divinatorie cosiddette “di osservazione” (cfr.anche il “De Divinatione”
di Marco Tullio Cicerone) – comprendenti le “aruspici”, le “auguria” e le
“haruspicina”, a sfondo religioso-ritualistico – e pratiche di stregoneria
vera e propria al fine di portare nocumento a persone e a cose.
Se il primo genere di pratiche magiche era considerato come facente
parte del corpus propriamente religioso “di stato” e rivestiva una dignità
sociale e politica, il secondo invece fu giuridicamente osteggiato e condannato,
con l’inflizione di gravissime pene – anche di morte – a chi avesse praticato
malefici e stregonerie, tanto che tra il 451 e il 440 a.C. furono redatte
le cosiddette “Dodici Tavole”, un documento ora considerato la base di ogni
successivo corpus legislativo di diritto romano. Nelle Tavole furono descritte
varie pratiche magiche in uso soprattutto nelle campagne, gli encomi e le
pene da comminare a chi avesse praticato rituali magici oppure malefici.
Le “Dodici Tavole” costituiscono ancor oggi un documento basilare per
lo studio delle forme di magia in uso presso la popolazione romana dell’età
classica, tuttavia il compendio più esauriente della magia e della
stregoneria latina è costituito dal libro “Le Metamorfosi” di Lucio
Apuleio, altrimenti chiamato “L’Asino d’Oro”, composto in epoca imperiale
e pertanto sotto l’influsso di culti e di tematiche occultistiche del Mediooriente,
segnatamente egizie e siriane. Nel testo sono state elencate moltissime
operazioni di stregoneria, di magia talismanica, di evocazione dei defunti
e di prassi divinatorie in uso presso i romani in quel periodo.
In seguito all’avvento e alla predicazione del Cristianesimo, la magia
romana subì i dettami anti-magici dei cosiddetti “padri della Chiesa”. La
magia fu considerata una menzogna, un’arte empia e scellerata che si sarebbe
svolta mediante l’intervento e in virtù di forze demoniache foriere
di malvagità. Esercitare la magia significava non riconoscere il
messaggio salvifico del Cristo e intrattenere rapporti direttamente con
il demonio. Da tale visione si distaccò Sant’Agostino che nei
suoi scritti fece distinzione tra magia demoniaca e stregoneria e magia
benefica, che sarebbe stata capace di purificare le anime e di prepararle
a ricevere gli angeli, entità che le avrebbero condotte alla visione
di Dio.

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Nelle tradizioni celtiche, e in genere in quelle delle popolazioni
del Nord Europa, la pratica della magia naturale rivestì un valore
fondamentale e sociale per il singolo e per la collettività. Le
saghe e la mitologia sono costantemente intrise di riti, di sortilegi,
di scongiuri e di incantesimi (cfr. ritualismo orale e “di origine”). Lo
stesso dio padre Ogham dei Celti – l’Odino – Wothan dei popoli germanici
e scandinavi – fu considerato la divinità per eccellenza della
magia, intesa nella dualità benefica e malefica. Sostanzialmente,
per le popolazioni nord-europee in genere, la funzione della magia fu
quella di far scaturire le forze cosmiche possedute dagli dèi.
Un motivo di grande impatto sociale della cultura magica celtico-nordica
fu quello della magia druidica. Caratteristiche principali
dei druidi – una casta sacerdotale stregonica diffusa nell’Europa continentale
e nelle isole Britanniche – erano considerate il dominio sugli elementi
e sul tempo, la padronanza dei calendari astronomici, la magia praticata
mediante riti e processioni agresti – la pratica entrò nella cultura
cristiana con la denominazione di “rogationes” – la facoltà di
assumere forme animali e le varie forme di divinazione. |

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Il termine stesso “druido”, che letteralmente significa “sapiente delle
querce”, fa presupporre che la magia druidica avesse contemplato anche nozioni
erboristiche e mediche, nonché la capacità di comporre filtri
magici e di lanciare malefici grazie all’uso dei vegetali.

Nelle tradizioni magiche celtiche, vediamo anche che i santi cristiani,
o personaggi mitici del cristianesimo entrati in contatto con i druidi –
San Patrizio, San Colombano, San Malachia, San Brindano ecc.- si adeguarono
sovente alla magia druidica. Ad esempio San Colombano, secondo il biografo
Adamnano, avrebbe usato pietre magiche per guarire gli ammalati e si sarebbe
affidato alla “poesia del motteggio” per lanciare incantesimi contro i demoni.
2) Periodo
medievale
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