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Tradizione
magica dei Celti di Marc
Questin - Edizioni Atanor, 1997


Con il nome generico di “celti” solitamente sono raggruppate
antiche popolazioni di ceppo razziale indoeuropeo originarie della
Francia orientale e della parte superiore del corso del Danubio.
A partire dal settimo secolo avanti Cristo, i Celti si riversarono
in modo pacifico in quasi tutta l'Europa continentale ed insulare,
in Italia e nei territori dei Balcani e dell'Asia Minore. In seguito,
con inizio dal secondo-primo secolo avanti Cristo, l'occupazione
romana di vasti territori continentali, le migrazioni dei popoli
germanici e l'invasione degli Angli e dei Sassoni della Britannia,
ridussero drasticamente le zone di stanziamento delle tribù
celtiche.
I Celti, popolazioni fondamentalmente pacifiche, sono rimasti
famosi per le espressioni artistiche, individuate in particolare
maniera nell'arte dell'oreficeria. Qui prevalsero sagome stilizzate
delle immagini riprodotte, stilizzazioni che tuttora rappresentano
l'elemento peculiare dell'arte orafa celtica. Questi popoli diventarono
maestri anche nelle decorazioni, nella fabbricazione di armi finemente
cesellate e nella ceramica, dove furono impiegati in abbondanza smalti
e coralli.
Particolarmente caratteristici della cultura celtica furono il
sentimento di identità tribale e quello di collettività,
entrambi organizzati intorno a una struttura sociale dove prevalevano
impulsi aristocratici e virtù guerriere, nonché la
meritocrazia di sapere allevare il bestiame e di coltivare i campi.
E' assodato che non fosse esistita una lingua comune tra le varie
popolazioni celtiche, quantunque gli studiosi abbiano identificato
in esse tre radici linguistiche prevalenti: la cosiddetta lingua
“gaelica” e quella “britannica” prevalentemente diffuse nelle grandi
isole settentrionali dell'Europa e l'idioma “gallico” esteso in Italia
e nelle zone centrali del continente. Se il linguaggio costituì
il principale fattore di divisione tra le etnie, tuttavia elementi
di grande coesione furono il sentimento religioso e una comune mitologia
sacra, eccezion fatta per poche singolarità di narrazione,
credibilmente causate dal fatto che i Celti abbiano tramandato la
loro religiosità soltanto oralmente mediante canti, odi e
saghe epiche.
E' stato accertato che la religione celtica, e le credenze naturistiche
sulle quali fu basata, abbia avuto una accentuata connotazione magica
e soprannaturale. Custode e guida privilegiata dei culti celtici
sarebbe stata una classe sacerdotale, alla quale furono riservate
alte prerogative politiche: la casta dei druidi.
Nell'ottica di un approfondimento ad hoc dei contenuti delle cognizioni
magico-religiose del rango druidico, è doveroso segnalare
il non recente ma rilevante saggio (è stato pubblicato nel
1997) del druido contemporaneo Marc Questin, “Tradizione magica dei
Celti”, edito nella collana “Magia, miti e culti” delle edizioni
Atanor.
Il testo non è facile. Presuppone conoscenze specifiche
di base da parte del lettore. Ma anche se così non fosse,
il tracciato del libro non manca di suscitare tra i profani curiosità,
interesse e volontà di approfondimento di una materia estremamente
affascinante e per troppo tempo relegata in modo sbrigativo nel cantuccio
delle tradizioni occultistiche.
L'autore espone in maniera preminente le competenze mediche naturistiche
e farmaceutiche dei druidi, sostanzialmente fondate su indissolubili
legami tra le componenti del variegatissimo mondo della natura,
tra i minerali e le piante, tra gli spiriti degli elementi e le divinità
naturistiche che popolarono l'altrettanto variopinto pantheon della
mitologia celtica.
Nel libro di Questin vengono affrontati i temi delle conoscenze
druidiche in materia di metempsicosi, ovvero della trasmigrazione
ciclica dello spirito individuale tra gli esseri viventi, argomento
che ha rivestito un'importanza comprimaria in seno alla credenze
celtiche sull'oltretomba.
L'indagine reincarnazionista, qui condotta sia in ottica antropologica
che sotto il profilo dell'osservazione pratica, fornisce motivo per
introdurre la questione delle esperienze sciamaniche e divinatorie
dei druidi, un problema assai dibattuto dagli antropologi del passato
e del quale non è stata ancora ottenuta una caratterizzazione
esatta.
Il libro di Questin presenta anche il pregio di condurre nei giusti
equilibri l'enorme mole di notizie sviluppatesi negli anni circa
l'architettura dei Celti, o per meglio dire, intorno ai monumenti
megalitici (dai semplici dolmen e menhir al circolo cultuale di Stonehenge)
diffusi su ogni territorio da essi popolato, dalle isole britanniche
alle lande desertiche dell'Anatolia.
Ritengo che il suo merito maggiore, al di là delle preziose
nozioni riportate e ottimamente interpretate che per lettori incauti
potrebbero aprire alle dimensioni della visionarietà o dell'antico
folclore popolare, sia quello di avere ricondotto antichissime tradizioni,
a grandi linee definite magiche, nell'alveo della cultura antropologica
del nostro tempo. E nello stesso momento di avere offerto un'identificazione
e una definizione credibile a quel caotico complesso di nozioni che
per decenni ha aleggiato nella fantasia degli storici, e di certi
scrittori che hanno voluto cimentarsi con le tradizioni “magiche”
dei Celti.

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