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IL MITO DELLA TAVOLA ROTONDA
- La realtà storica di Re Artù e dei suoi Cavalieri
di Norma Lorre Goodrich ed. Rusconi


Nel 1520 l’imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I fece
costruire nella città austriaca d’Innsbruck un mausoleo per
immortalare la sua dinastia, la casata degli Asburgo.
Commissionò ventotto statue di bronzo a grandezza naturale,
tra le quali la sua e quelle degli antenati che lo avevano preceduto
al potere. Oggi le statue formano due file parallele lungo le campate
della cattedrale cittadina. Tra queste spicca la statua del personaggio
che l’imperatore considerò il vero fondatore della dinastia
asburgica: re Artù.
Il motivo per cui l’imperatore Massimiliano, la personalità
più prestigiosa dell’Europa in quegli anni, ha indicato come
capostipite della sua casata un oscuro sovrano britannico, le cui
azioni e la stessa identità storica sono confuse nel mito
e nelle leggende, rimane ancora oggi confuso nel mistero.
Probabilmente Massimiliano volle arbitrariamente adattare alla
sua stirpe i fatti leggendari raccontati su Artù, il sovrano
cristiano più celebrato, più imitato e più amato
anche in misura maggiore al quasi divinizzato Carlo Magno. Ma se
sulla figura del fondatore del Sacro Romano Impero esistono rimandi
storici ed aneddotici, sul re britannico, sulla sua Tavola Rotonda
sussistono solo leggende rievocative facenti parte del cosiddetto
“ciclo bretone”, eminentemente
di carattere letterario.
Molti storici hanno tentato, attraverso ricerche ed analisi storiche
perfino affidabili, di ricondurre la figura di re Artù (Arthur,
Artorio, Arturius) a quella di uno dei sovrani bretoni minori vissuti
nel periodo compreso tra il quinto e il sesto secolo. Ma i loro risultati
sono stati sempre condannati al supplizio del purgatorio delle ipotesi.
Tra gli studiosi più convincenti spicca la statunitense
Norma Lorre Goodrich, autrice di ricerche sulle figure mitiche delle
saghe bretoni, molto bene condotte sul filo della storicità.
Il suo volume “Il Mito della Tavola Rotonda. Realtà storica
di re Artù e dei suoi cavalieri”, pubblicato dalle edizioni
Rusconi alcuni anni fa, è senza dubbio uno delle migliori
proposte per offrire al leggendario sovrano britannico una parvenza
d’identità storica.
Artù, presunto figlio del re Uther Pendragon (Testa di
Drago) di Cambria, antico nome di un territorio cuscinetto tra il
Galles ed il regno degli Scoti (Scozia meridionale) e per altri,
regione situata tra il Walles ed il Somerset, sarebbe nato verso
il 475 e caduto in battaglia contro una tribù sassone presumibilmente
nel 525 a Camlan, città a ridosso del Vallo d’Adriano.
Altri ricercatori collocano la data della sua morte intorno al
540, quando era ormai vecchio, ucciso da pugnale durante una congiura
di palazzo determinata dalle lotte di successione al trono di Northrumbia.
Qualunque sia stato il tempo della sovrana incarnazione di re
Artù, è assodato che le sue gesta abbiano provocato
sensazioni sbalorditive ed immaginazione fortissima nella società
a lui contemporanea, tanto da farne nei secoli seguenti un paladino
di virtù cavalleresche e di cristianità con la formulazione
letteraria di racconti che mitizzarono le sue gesta, e quelle d’alcuni
personaggi che avrebbero animato l’altrettanta leggendaria Tavola
Rotonda.
Il libro di Goodrich vuole offrire una dimostrazione plausibile,
se non la certezza storica esplicita, che Artù sia stato un
personaggio in carne ed ossa e che nel suo regno, localizzato nel
leggendario castello di Camelot
(o Cameloy), si fossero mossi realmente personaggi che avrebbero
in seguito originato le fantasie dei cantori e dei poeti prima ancora
della codificazione, per iscritto, delle relative saghe.
Personaggi come Merlino, Ginevra e Lancelot,
Perceval, Gweinn e Galand, la “magica” spada Excalibur
di Artù, non sarebbero dunque per l’autrice del
saggio delle mere fantasie, ma componenti precise di un particolare
periodo della storia delle isole britanniche, per lo più affatto
coeve, ma divenute poi celebrazioni anche grazie all’addizione d’elementi
fantastici.
Inoltre, le ricostruzioni del mito operate da Goodrich rivelano
sorprendenti, misconosciuti e finora ignorati aspetti del primo Medioevo
europeo, alla cui conoscenza ed interpretazione l’autrice è
pervenuta attraverso analisi di nuovi elementi storici e filologici,
desunti da documenti originari, che per secoli sono stati trascurati
o abbandonati negli archivi del continente.
Il libro è impreziosito da alcune appendici genealogiche
e storiche assai interessanti, nonché di una ricca bibliografia.
Nel loro complesso tutte queste informazioni lo rendono un testo
d’importanza quasi certamente fondamentale per gli studiosi e, considerata
la fluidità della prosa, anche per profani e per semplici
interessati all’argomento. Assolutamente da leggere.

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