Sul finire del Settecento, mentre i Tarocchi marsigliesi si diffondevano in tutta Europa come gioco di società, un adepto della Massoneria francese, Antoine Court de Gebelin (1719-1784), annunciò di avere scoperto che la vera origine di queste carte era da ricercare nell'antico Egitto.
Antoine Court de Gebelin non fu semplicemente “un pastore protestante appassionato di archeologia”, come talvolta viene sbrigativamente definito, ma fu una personalità molto più complessa. Ricoprì per vari anni la carica di Censore Reale, un ruolo che nella cattolicissima Francia era davvero inusuale per un uomo di fede protestante. Fu presidente del Musée, una società letteraria parigina. Fu amico degli enciclopedisti Diderot e D'Alembert, degli scienziati Franklin e Lalande, dei teorici della rivoluzione Danton e Desmoulins, dell'eroe dell'indipendenza americana La Fayette, tutti adepti come lui della Loggia massonica Les Neuf Soeurs, che egli diresse per due anni. Court de Gebelin fu anche affiliato all'Ordre des Philalèthes, una società paramassonica tra i cui scopi vi era quello di trovare nei riti della Massoneria i rapporti con le antiche dottrine esoteriche.
In sostanza l'enciclopedia di Court de Gebelin consiste nello studio comparato di miti, principalmente egizi e greci, racconti biblici, nomi di persone e di città, radici linguistiche, geroglifici, emblemi, dipinti, monumenti e quant'altro potesse servire a dimostrare la presunta unità culturale del mondo primitivo. Oggi questa teoria è considerata assurda, come la maggior parte delle affermazioni di Court de Gebelin, e infatti Monde primitif sarebbe completamente dimenticato se non fosse per un articolo apparso nell'ottavo volume (Parigi, 1781), in cui si parla della riscoperta del mitico Libro di Thot e del suo rapporto con il gioco dei Tarocchi. L'articolo Du Jeu des Tarots comincia descrivendo la “sorpresa che causerà la scoperta di un libro egizio”: Se ci apprestassimo ad annunciare che, ai nostri giorni, sussiste un'Opera degli antichi Egizi sfuggita alle fiamme che hanno distrutto le loro superbe biblioteche, un'Opera che contiene la più pura dottrina degli Egizi, chi non sarebbe impaziente di conoscere un Libro tanto prezioso, tanto straordinario! E se aggiungessimo che questo Libro è molto diffuso in gran parte dell'Europa, che da secoli va per le mani di tutti [...] riguardato come un mazzo di strane figure prive di senso! Chi non penserebbe che scherziamo o che vogliamo approfittare della credulità degli ascoltatori? E tuttavia quanto sostengo è rigorosamente vero: questo Libro egizio, il solo rimasto delle loro superbe Biblioteche, esiste ai nostri giorni, e ciò che è più stupefacente, esso è talmente comune che nessuno, prima di noi, ne aveva intuito l'illustre origine. [...] Questo libro è il Gioco dei Tarocchi. Dunque, il letterato francese sosteneva di essere stato il primo a indicare l'origine egizia dei Tarocchi e per dare più forza alle sue affermazioni raccontò di avere praticamente ignorato l'esistenza di queste carte fino al giorno in cui era andato a trovare un'amica che egli trovò intenta a giocare a Tarocchi con alcune dame. Incuriosito dalle strane figure le osservò meglio e ne comprese il vero significato: “in un quarto d'ora tutto il mazzo venne sfogliato, spiegato, dichiarato egizio”.
Per dare una misura all'assurdità di queste affermazioni basti pensare che Court de Gebelin non prese come riferimento i Tarocchi più antichi, cioè quelli viscontei dipinti nel Quattrocento, ma una loro derivazione, cioè i Tarocchi marsigliesi. E ancor più assurde sono le fantasticherie linguistiche contenute nella seconda parte dell'articolo, dove il Maestro massone pretese di mostrare “alcuni nomi orientali” presenti nei Tarocchi. Per prima cosa affermò che il nome di queste carte, composto dai termini Tar e Ros (a suo dire di origine egizia) significherebbe “sentiero reale della vita”. La parola Matto verrebbe da Mat, cioè ucciso, incrinato; difatti “i folli sono sempre rappresentati con il cervello fêlé” (sic!). Invece Bagatto deriverebbe da Pag e Gad, traducibile con “Signore del Destino”. Sono tutti termini che, in realtà, non hanno alcun rapporto con l'antica lingua egiziana. A quell'epoca i geroglifici erano ancora indecifrati e la maggior parte delle tombe egizie giaceva sotto la sabbia; tuttavia i giochi linguistici di Court de Gebelin erano destinati a suscitare una forte suggestione nei lettori.
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