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Non si conosce con precisione quando la chiesa
di San Pietro sia stata costruita, ma doveva essere esistente già
nell'anno 1000, se i signorotti locali Ugo da Mezone ed Amezzone da Morigo
facevano donazione nell'aprile del 1037 di terre alla chiesa, già
gestita da una comunità di monaci benedettini situata in vetta
al Conero, il monte che domina la riviera marittima nel territorio a sud
di Ancona.

Questo è il primo documento che attesta la presenza del sacro
edificio, che doveva essere situato all'interno di una selva di vegetazione
mediterranea, che peraltro esiste parzialmente anche oggi. Il paesaggio
che si ammira dalla sommità del Conero è particolarmente
coinvolgente ma, ancora di più, riesce a rendere l'ambiente carico
di mistiche suggestioni. L'edificio benedettino di San Pietro possiede
tre navate divise da colonne cilindriche. Nel diciassettesimo e diciottesimo
secolo e' stato restaurato ampiamente, in parte trasformato nelle architetture.
Interventi di consolidamento edilizio sono stati eseguiti nell'ultimo
ventennio che hanno portato l'edificio ai fasti dell'antico splendore
romanico.
Ma oltre alla architettura, che sembra possedere evocazioni di stilemi
normanni, un interesse speciale è fornito dai capitelli delle colonne
che dividono le navate e quelli del chiostro. In essi sono raffigurati
l'impegno e la spiritualità dei monaci benedettini, l'ascesa verso
Cristo attraverso la costante rinuncia e le prove della vita, attraverso
la vigilanza morale e il dominio di se stessi: in sostanza, la vita umana
illuminata dallo Spirito Santo che giuda l'itinerario della mente alla
ricerca del sommo bene divino.
Il percorso delle figure allegoriche, che assumono aspetti di valore
iniziatico, inizia dal capitello della colonna posta a sinistra dell'ingresso
della chiesa e termina con l'ultimo di destra, situato all'entrata dell'antico
chiostro. E' un percorso in senso orario che passa attraverso le colonne
delle navate. In particolare, quelle della navata centrale richiamano
la necessità di scoprire il disegno che Iddio riserva per l'umanità,
quelle della navata di sinistra evocano i rapporti tra l'uomo e il soprannaturale
mentre quelle della destra esaltano i rapporti esistenti tra gli uomini
timorati di Dio. In un capitello della cripta è figurata una croce
patente in stile bizantino. L'immagine richiama la presenza di una figura
crucica del tutto simile all'interno della cosiddetta “grotta dell'abate”,
una cavità naturale già abitata da eremiti situata
lungo le pendici calcaree del monte.
Tra gli avvenimenti di riguardo che si verificarono nel luogo, è
da ricordare l'incendio, si ritiene doloso, che devastò l'intero
complesso monacale. Ci vollero alcuni decenni per mettere mano al rifacimento
della chiesa e del piccolo monastero adiacente. A San Pietro al Conero
soggiornò per oltre un decennio il beato
monaco Gerolamo Ginelli, persona mistica già al tempo
assai venerata nel territorio anconetano, insieme a suo fratello Angelo.
E' tradizione che avesse compiuto prodigi di
guarigione fisica e spirituale, conversioni di potenti uomini senzadio.
Fra' Gerolamo morì nel giorno di Pasqua del 1500. Si dice che il
corpo, segnato da lunghi digiuni e da estese callosità per i supplizi
fisici che si infliggeva per devozione e per penitenza, appena il buon
frate passò a miglior vita fosse tornato levigato e privo di piaghe,
ed avesse anche emanato un intenso profumo di fiori che sarebbe perdurato
nell'ambiente per lungo tempo.
L'unità benedettina di San Pietro si scisse dopo il 1515. L'intero
complesso monastico passò sotto l'amministrazione dei frati eremiti
di Santa Maria della Gonzaga provenienti da Reggio Emilia. Poi venne affidato
ai Camaldolesi del beato Paolo Giustiniani nel 1531 con bolla pontifica
di papa Clemente VII. Vi rimasero fino al 1860 attraversando moltissime
difficoltà, tra le quali l'incendio già ricordato del 1558,
e le ordinanze di soppressione monastiche di Napoleone Bonaparte del 1797.
La chiesa fu venduta all'asta dalla diocesi di Ancona e passò nelle
mani di privati. Parte degli edifici del monastero e la chiesa stessa
furono adibiti a stalla e ad ovile. Nel secondo dopoguerra la chiesa è
passata nelle mani della parrocchia di Santa Palazia di Osimo. I recentissimi
lavori di restauro hanno riportato il sacro edificio agli antichi splendori
delle architetture romaniche ed alle atmosfere di santità per le
quali, forse, era stato costruito tra le nebbie antiche del tempo.

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