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Valencia (pressi), Spagna CHIESA
DI SAN JUAN DE LA PENA
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Secondo la tradizione locale, la chiesa intitolata al culto di
San Giovanni sarebbe stata edificata dopo l'anno 1130 per conservare
e per proteggere dalle incursioni dei Mori un calice miracoloso,
che la devozione popolare identificava con il Santo Graal.
Da documenti posteriori al 1135, si evince che la santa reliquia
sarebbe stata condotta nella chiesa da certi signori della Catalogna.
Nel 1399 il calice venne ceduto dall'abate del monastero di San
Juan a re Martino I, sovrano di Aragona, in cambio di una coppa d'oro
massiccio e di due casse di monete mussulmane d'oro.
La stessa coppa fu infine deposta per volontà dei monarchi
aragonesi nella cattedrale della città di Valencia, dove ancora
oggi è conservata ed onorata come il vero Graal.
Agli inizi del quindicesimo secolo, iniziarono ad essere diffuse
nel territorio leggende religiose che concernevano la storia romanzata,
a tratti rocambolesca, della reliquia graalica e della chiesa di
originaria provenienza.

In sostanza si narrava che San Pietro avesse portato a Roma il
sacro calice dalla Terra Santa, che fosse stato successivamente conservato
dal papa spagnolo Sisto II nella chiesa di San Lorenzo in Vaticano,
e da qui il pontefice lo avrebbe fatto trasportare nella sua città
natale di Huesca.
Le leggende tuttavia non menzionarono Giuseppe d'Arimatea come
depositario del calice, né fu esplicito alcun collegamento
tra la reliquia e il sangue di Cristo, come al contrario la tradizione
graalica indica comunemente. Nello stesso periodo d'insorgenza dei
racconti sul trasporto, per lo più orali, iniziò tuttavia
ad essere adottata dai fedeli il nesso tra il calice della chiesa
di san Juan de la Pena con il Santo Graal.
La convinzione si rafforzò forse per espressa volontà
di re Alfonso V d'Aragona, il quale faceva scrivere ad un suo biografo
di essere il protettore del “ …Grial de Valencia, nel quale Cristo
consacrò il suo sangue la sera del giovedì dell'ultima
cena…”

L'accostamento venne avviato anche con il libro intitolato “Livre
de Gamaiel”, scritto dal vescovo martire catalano Pere Pasqual. La
fonte del vescovo sarebbe stata una variante dell'apocrifo “Vangelo
di Nicodemo”, scritto in lingua occitana, nel quale l'anonimo autore
aveva inventato una nuova narrazione attribuita a Giuseppe d'Arimatea,
a Nicodemo e a Gemaiele. La Chiesa adottò un atteggiamento
di quiescenza.
Il silenzio delle autorità ecclasiastiche, in questo caso
davvero eloquente, di fatto accreditava alla reliquia già
presente nella misteriosa chiesa di San Juan un'identità che
mai era stata la sua.

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