|

Un singolare reperto di ceramica di Festo,
di forma irregolarmente circolare e con incisi strani
segni e simboli, ha stuzzicato per decenni la curiosità
di archeologi e di paleontologi di tutto il mondo.
Era stato ritrovato nel 1908 sepolto in prossimità
di una stanza del palazzo di Festo dall’archeologo
Luigi Pernier, e nessuno era riuscito a comprendere
in cosa con precisione consistesse.
Alcuni ricercatori avevano scomodato addirittura
civiltà di altri pianeti, che avrebbero voluto
lasciare sul nostro una testimonianza del loro passaggio.
Alcuni anni fa tuttavia un ricercatore di
antichità, il professore Roberto Moschini
di Fabriano, pittore e scrittore, dopo oltre cinque
anni di studi è riuscito a dare un senso alle
iscrizioni ed ai disegni che compaiono sul celeberrimo
“disco”, interpretandolo come una sorta di “cd” ante
litteram, antico di circa quaranta secoli.

Le dimensioni del reperto sono leggermente
più grandi di un moderno cd, ed hanno provocato
l’interessata pubblicazione in diverse lingue di entrambe
le facce del disco.
In proposito c’è da dire che gli abitanti
di Creta, come è accaduto nel passato per altre
popolazioni, hanno subito il fascino del mare, ed
al mare hanno dedicato leggende e racconti.
La figura del disco, peraltro, somiglia molto ad
una conchiglia stilizzata e dalla conchiglia ne hanno
tratto ispirazione.
Leggendo visivamente i segni nel disco si scopre
che ciascuno dei lati (che per comodità sono
stati definiti 1 e 2) hanno un linguaggio rispettivamente
maschile e femminile.
Il lato 1 (femminile) presenta infatti una
simbologia tipicamente muliebre: una valva per conservare
cosmetici, una culla, un bambino neonato, l’incenso
per le fumigazioni domestiche.
Il lato 2 (maschile) invece, porta segnacoli
tipicamente maschili, come armi (frecce e fiocine)
e barca, reti da pesca.

La possibilità di una lettura compiuta del
disco è rimasta fino alla decifrazione di Moschini,
un vero e proprio enigma infatti, le lettere alfabetiche
che sono riportate, non appartengono alla scrittura
“lineare A”, né alla “lineare B”, ma hanno
una struttura geroglifica databile intorno al 1800-1600
prima di Cristo.
Inizialmente si ritenne che fosse una sorta di
reportage di vita vissuta di un incisore proveniente
dalla vicina terra di Santorini, considerata l’acconciatura
tipica di quella isola dell’Egeo (cfr. gli affreschi
denominati l’”Invasione”).
Successivamente si constatò che la gran
parte dei segni riprodotti costituissero una specie
di caratteri mobili di oltre duemila anni prima dell’invenzione
di Gutemberg. Infine si pensò che il disco
rappresentasse un documento di istruzioni di recitazioni
teatrali, considerata la vicinanza dell’arena sopra
citata dal punto del ritrovamento del celebre reperto.
E’ questa la teoria del decifratore dei segni del
disco, sebbene ne abbia apportato modifiche importanti
per quanto concerne la natura ed il metodo d’uso.
Infatti, la scoperta dell’identità di alcuni
segni con la antica Costellazione del Serpente
(Serpentario) ha determinato l’indicazione che l’azione
raffigurata nel disco si svolgesse nel mese di novembre
a Thera.

Per il fatto che il disco, in quasi un secolo di
studi, non abbia trovato corrispondenti fonetici,
equivale a dire che esso si presenta come una rappresentazione
mimica dotata di un prologo, di un argomento
drammatico e di una conclusione.
Moschini sostiene che il mimo di Festo avesse
avuto anche un appoggio scenico, nonché un
coro di complemento a più voci: sette voci
maschili e sette voci femminili.
Il prologo sarebbe stato eseguito da una o più
persone, mentre il dramma è mimato da una donna
che successivamente conclude l’intervento introducendo
la conclusione.
In sostanza i segni del disco rappresenterebbero
una giovane donna che ha recentemente partorito, la
quale attende il rientro a casa del suo uomo (marito?)
dopo una giornata trascorsa lei ad accudire il figlio,
la casa e a farsi bella, mentre l’uomo a pescare ed
a difendere la sua terra dai nemici.
Il linguaggio grafico del disco risulta essere
oltremodo sintetico, ma è severo nello stile
in cui furono da sempre rappresentati i drammi greci,
nonché nella serenità dei protagonisti,
che nel disco hanno agito in base a un copione teatrale
antico di quasi trentasei secoli.
A detta dell’autore dello studio, si sarebbe
giunti alla decifrazione dei misteriosi segni del
disco soprattutto attraverso il riconoscimento e alla
comparazione delle immagini di diverse civiltà
coeve, anche tra loro contrastanti, ma unite da rapporti
di scambio lungo il vasto bacino del mare Mediterraneo.
Le ricerche che hanno condotto all’intuizione della
decifrazione, sono state condotte in biblioteche o
in archivi di diverse città italiane: Siena
e Firenze, Perugia, Bologna e Roma.
I testi base di studio sono stato quello del più
avanzato studioso del disco di Festo, il professor
Louis Godard.
Indietro
|| Avanti
Home
|