ASTROLOGIA E BUDDISMO

di Richard Pellard

 

Un dialogo

 

“Il buddismo  rinvia all’azione ed all’insegnamento di Siddharta Gautama (circa 560-480 a.C.) il quale, in seguito al suo “Risveglio”  nomina se stesso “Buddha” (il Risvegliato). Il buddismo fa parte delle religioni non-teiste, poichè  non riconosce un Dio eterno. Secondo il buddismo, non esiste un essere definito, ma tutto è concepito come divenendo e sparendo.

Ecco perché il Buddha mette in questione il concetto del sé (atman), poiché non esiste sostanza durevole. Gli ultimi elementi che costituiscono le fondamenta del mondo, non sono sostanze materiali o spirituali, ma proprietà o stati inconsistenti.

Questi fattori d’esistenza (dharma) formano cinque gruppi: il corporeo, le sensazioni, le distinzioni, le forze motrici, gli atti di coscienza.

A partire da questi si compongono tutti i fenomeni esistenti (pietre, animali, uomini). La loro apparizione e scomparsa è regolata da una dipendenza casuale.

Il Buddha rappresenta la dottrina delle reincarnazioni e dell’espiazione degli atti mediante il Karma. Come non esiste una sostanza spirituale permanente, il nuovo essere vivente che nasce dalle azioni di uno precedente non è identico né al corpo né allo spirito di questo. E’ piuttosto la sola catena casuale degli atti che sussiste dopo la morte e conduce a nuova vita. Lo scopo del buddismo è l’accesso al Nirvana (estinzione). Con questo termine si designa la totale estinzione della pulsione di vita e l’arresto delle reincarnazioni.

Il Risvegliato può già, nella propria vita, liberarsi da ogni desiderio e accedere dopo la morte al Nirvana perfetto.

In seguito alla morte del Buddha, la sua dottrina fu sviluppata in direzioni diverse[i]”.

 

 

 

 

Pascale, aderente di ARIANA, ha voluto stabilire un dialogo tra l’astrologia naturale (condizionalista) ed il buddismo. Precisiamo che è seguace del Buddismo Mahayâna (“Grande Veicolo”) che “si rivolge verso gli strati più ampi.

La venerazione del Buddha adotta dei tratti teisti, l’individuo può, sul sentiero della salvezza, assicurarsi l’aiuto dei Bodhisattva.

Questi sono i risvegliati che, per amore dell’Uomo, rinunciano ad entrare nel Nirvâna[ii]”. Esiste anche un Buddismo Hinayâna (“Piccolo Veicolo”), “che rappresenta il buddismo monastico e lavora per la salvezza di un piccolo numero di eletti[iii]”.

 Affinché tutto sia chiaro, tengo a precisare che io stesso, Richard Pellard, attualmente sono completamente agnostico (ma tutto può sempre cambiare da un momento all’altro e non ne faccio assolutamente un dogma definitivo) e che mi esprimo quindi e soprattutto in qualità di astrologo.

 

Pascale: - Da anni, mi pongo delle domande sui rapporti astrologia-spiritualità, psicologia-spiritualità, influenze diverse-spiritualità. Più precisamente, in quanto buddista, mi sono interrogata sui legami tra il “terreno” degli individui e “l’ideale buddista” da raggiungere.

Ma se posso parlare facilmente di buddismo, ammetto le mie carenze in materia di astrologia. Credo che sarebbe interessante intavolare la riflessione su un confronto tra le nozioni principali del buddismo e le strutture psicologiche, comportamentali, ecc., tratte dai diversi temi astrali, distinguendosi questi temi dal grado di “evoluzione” dell’individuo: dal più “esistente” al più “trascendente”.

Per esempio, a proposito del tema di Francis Cabrel (Le Fil d’ARIANA no. 2), si parla di “una socievolezza naturale, fluida ed enfatica certamente (trigono alla Luna) ma anche ultra-selettiva (F- differenziale dello Scorpione). L’uomo si mostra estremamente attento, all’ascolto.. ma solo con coloro che sono riusciti a superare i confini ermetici (Cancro-Scorpione) che chiudono la sua intimità (Luna)”.

 I termini “ultra-selettiva” e “ma solo con coloro” si oppongono ad uno dei “Quattro Illimitati” del buddismo: L’Equanimità Illimitata. Il buddismo ci indica il sentiero verso una felicità di tutti i momenti, l’Equanimità è una delle virtù da acquisire per raggiungere questa felicità.

In effetti, come essere felice completamente, se non “sopporto” e se sono aperta soltanto ad una certa categoria di persone (selettività).

Ogni volta che sarò nella presenza di persone che non corrispondono a questa categoria, non sarò a mio agio.

 L’Equanimità ci permette di andare al di là di questo attaccamento a certe persone. Ma dopo aver fatto questo confronto, mi viene in mente una riflessione: forse questa fase di selettività è necessaria? Lo Scorpione spinge all’analisi, alla comprensione, alla lucidità, mi sembra.

Per arrivare alla tolleranza, all’accettazione incondizionata (Equanimità) di tutti, forse e perfino ne sono sicura, bisogna passare per una fase di comprensione della natura umana…

R.P: se vi sia, come osservi giustamente correttamente o no, una contraddizione assoluta tra la Luna/Cancro trigono a Mercurio-Venere/Scorpione e “l’equanimità illimitata” che insegna e consiglia il buddismo, si può essere tentati di tirarne fuori due ipotesi logiche. Seguendo la prima e semplificando, Cabrel non è maturo per il buddismo e dovrà raggiungere la sua prossima ed eventuale incarnazione per sperare di nascere sotto cieli più favorevoli alla fine del samsara (ciclo di migrazione delle anime) e dell’illusione per la propria anima.

In questo caso, tutti gli individui (senza eccezione) con strutture zodiaco-planetari identiche nel loro tema natale sono colpiti dall’impossibilità di liberarsi dalla catena delle sofferenze durante il corso della propria vita.

Se questo è possibile, significa che l’attitudine a seguire il sentiero spirituale della liberazione buddista è loro vietata, a meno che non violino sistematicamente le leggi astrali che organizzano la loro psiche… ciò che, credi alla mia esperienza, si traduce quasi inevitabilmente in nevrosi più o meno gravi. In fondo, si è quello che si è, non altra cosa.

Seguendo la seconda ipotesi, tutti gli individui, qualunque sia il loro modo di funzionamento astralmente predeterminato dal proprio luogo, data ed ora di nascita, sarebbero spiritualmente capaci di cancellare totalmente le proprie specificità individuali per spegnere i propri desideri, per raggiungere uno stato di “equanimità illimitata”. Perché no? Ma ci vuole veramente la fede (buddista o altra) incatenata al corpo per credere che un comportamento spirituale-modello possa applicarsi in maniera lineare ed unica alla diversità di funzionamenti astro-psicologici.

Torniamo alla prima ipotesi: per quanto ne sappia, un marziano, un solare o un plutoniano, anche “evoluto” rimane sempre marziano, solare o plutoniano nei propri comportamenti.

L’osservazione indica che l’accesso ad una dimensione qualificata di “spirituale” non modifica per niente il proprio funzionamento fondamentale, gli dà un’altra qualità, un’altra ampiezza e/o un’altra intensità, apparentemente questo è tutto…ed è comunque enorme.

Ammettiamo che il cammino buddista sia il migliore (per me questa è una pura ipotesi) per raggiungere e realizzare il Sé universale che dorme nell’Io individuale.

In questo caso, si pongono ancora almeno tre ipotesi di base: per la prima, le configurazioni particolari dell’io individuale che si manifestano sotto forma di comportamenti specifici, che il tema natale permette, tra l’altro, di definire e prevedere sono soltanto, se crediamo a quel che dice il buddismo, una pura illusione di continuità rassicurante nell’impermanenza fondamentale delle cose.

Perché no? Ma in questo caso, non parliamo più di influenza astrologica: è soltanto una illusione in più, che si diluirà nell’omologazione “spirituale” di un rapporto con il mondo esemplarmente equanime ed illimitato. Questa ipotesi comporta una certa forma di saggezza: è in effetti stupido identificare formalmente il Sé al proprio oroscopo … o a qualunque altra cosa.

Per la seconda ipotesi, il buddismo sarebbe soltanto una ideologia fornitrice di modelli, al peggio illusori ed al meglio relativi: come chiedere per esempio ad un “Vergine-r” di accedere ad un atteggiamento di “equanimità illimitata” mentre tutto nell’organizzazione astrale della sua psiche lo invita e lo incita ad adottare naturalmente un atteggiamento contrario a questa infinita tolleranza-indifferenza? In questo caso, l’individuo ha ragione, per il mantenimento della propria integrità personale, a rifiutare e negare tale dogma  buddista.

Se “la legge di equanimità illimitata” non può essere accettata da ciascun individuo come una struttura universale della propria psiche, il buddismo non è altro che una forma particolare di adesione o di credenza, che può convenire soltanto a certi temperamenti astro-psicologici.

Per la terza ipotesi, il buddismo avrebbe scoperto le leggi universali dello spirituale, e l’influenza astrologica agirebbe unicamente come un filtro specifico, forzando ciascuna individualità a rispondere nella propria maniera specifica ed a tradurre queste leggi come può.

In tal caso, ciascuno praticherebbe “l’equanimità universale” in funzione di ciò che è, di ciò che è stato e di ciò che può diventare, e soprattutto nella maniera in cui funziona naturalmente (questa è la base).

Vi sarebbero così i parsimoniosi ed i generosi, i frettolosi ed i  lenti, gli estroversi e gli introversi di questo genere di atteggiamento spirituale, e l’ipotesi buddista sarebbe quindi perfettamente compatibile con le realtà astrologiche. Ritorneremo su questo più avanti.

Penso quindi che il modo migliore (secondo me) di affrontare il campo dei rapporti tra astrologia e buddismo starebbe nelle formulazioni seguenti: “In quale modo e in quale misura la diversità dei modi di funzionamento individuali come vengono definiti dall’astrologia permettono l’integrazione degli assiomi della legge e della fede buddisti?” Oppure “In quale maniera e in quale misura i postulati fondamentali del buddismo sono compatibili con le teorie dell’astrologia naturale e le loro implicazioni metafisiche?”

 

 P.:- Anch’io, spessissimo mi pongo la domanda che tu hai formulato in questo modo: “In quale misura l’atteggiamento spirituale ideale è compatibile con la diversità fondamentale dei comportamenti umani?”

Le risposte che ho a questo… La diversità fondamentale dei comportamenti umani è fonte di felicità totale? Le passioni, qualunque siano (per il gioco, per l’arte ecc.) ci danno una felicità duratura? Le nostre differenze, le nostre specificità, astrologiche o altre, non sono piuttosto una limitazione, un orientamento della coscienza, una polarizzazione, che non rifiuto ma che considero come una tappa, da vivere, integrare e superare? Credo di capire che tieni molto alla diversità dei comportamenti umani e che un atteggiamento spirituale unico ed ideale ti disturba…

 

R.P.:- non è che tenga molto ad un punto di vista personale, soggettivo. In quanto astrologo, posso solo obiettivamente constatare questa diversità, che è una realtà inevitabile.

 

P.:- Nel buddismo, siamo alla ricerca della felicità totale e della cessazione della sofferenza, sofferenza che viviamo tutti, che può essere minima o forte e collocarsi sul piano fisico, emotivo, intellettuale ecc., e che può anche essere una semplice frustrazione. Se guardi bene, nessuno è veramente totalmente felice, o in ogni caso non dura, ed il più piccolo avvenimento può trasformare una felicità in un malessere. Non credo che le specificità dell’io individuale siano fonte di felicità, ma nemmeno le rifiuto poiché le considero come karma, cioè come il risultato di un’azione, come effetto della causa. Sono da capire, da superare o trascendere. Per alcuni questo vorrà una vita o due, per altri meno. Credo in un atteggiamento spirituale ideale, che più che in un atteggiamento, consiste in una realizzazione totale dell’essere, realizzazione di qualità.

 

R.P.:- Hai posto la domanda seguente: “La diversità fondamentale dei comportamenti umani è fonte di felicità totale?”

L’astrologia naturale sarebbe incline a rispondere: in fondo, ciò non ha alcuna importanza.

Questa diversità fondamentale dei comportamenti umani è un fatto obiettivo, che piaccia o meno, che lo si voglia o no, ed è in grande misura strutturata dalla nostra sensibilità ai cicli ed ai ritmi cosmici. E’ una legge universale.

Certo ci si può oppore in nome dei presupposti ideologici, filosofici oppure spirituali (e la possibilità stessa di questa opposizione è ancora un elemento della diversità fondamentale dei temperamenti: ce ne sono che si oppongono o che l’accettano per diversi motivi). Vedi il paradosso…

La “felicità totale” che evochi non è un’idea, una proiezione, un desiderio, un progetto, una speranza, una rappresentazione di ciò che dovrebbero essere gli esseri e le cose, e non ciò che sono?

Da una parte, c’è una constatazione inevitabile che chiunque abbia studiato seriamente l’anima umana ed il funzionamento psicologico non può negare: ogni essere è diverso dagli altri nei comportamenti e nelle aspirazioni, ed i regimi politici o religiosi totalitari che hanno deciso di fare tabula rasa delle specificità individuali per tentare di costruire una “umanità nuova” con comportamenti unificati sono sempre falliti grossolanamente.

Dall’altra parte, ci si può effettivamente chiedere “La diversità dei comportamenti è fonte di felicità totale?”. Visto il carattere spesso tragico e sfortunato del destino umano, si potrebbe dire che questa diversità è fonte di infelicità…ma qui andiamo troppo in fretta.

Non si può stabilire alcun rapporto di causa od effetto tra questa diversità e le sfortune individuali. Anche se si arrivasse a chiudere con questa diversità di comportamenti, si raggiungerebbe lo stesso la felicità totale? E poi, perché cercare o volere la felicità totale? Non è soltanto un’illusione?

“Le passioni, quali siano (per il gioco, per l’arte, ecc.) ci danno una felicità duratura?” Ecco ancora una domanda che ci si può porre legittimamente. Ma “perché una felicità dovrebbe essere duratura?” è una domanda altrettanto legittima e pertinente.

Le strutture astrali che ereditiamo alla nascita vivono tra l’altro attraverso le nostre inclinazioni passionali. Perché il fatto di vivere le proprie passioni individuali sarebbe incompatibile con una ipotetica “felicità duratura”?

Il Dalaï Lama come Krishnamurti hanno in comune la passione della meccanica. Non so quali sono le altre passioni del Dalaï Lama, ma so che Krishnamurti aveva anche la passione per i romanzi gialli che divorava in grande numero. Queste passioni umane, molto umane, e soprattutto ben specifiche, ben individuali, impediscono al Dalaï Lama o a Krishnamurti di vivere stati buddisti di felicità totale?

Le “felicità passeggere” che devono alle loro passioni sono contraddittorie con la “felicità duratura” oppure si tratta di due forme di “felicità”, di due stati di animo di natura così differenti che possono molto bene coesistere senza problemi e senza contraddizione a livelli diversi dell’organizzazione psichica?

Ed infine, perché i mistici ed altri insegnanti spirituali manifestano essi stessi una così grande diversità di comportamenti che si traducono inoltre nello sviluppo di ciascuno di loro in un punto di vista specifico e originale su ciò che è il divino, punto di vista che dipende sempre dall’organizzazione del sistema solare al momento ed nel luogo della loro nascita?

La conoscenza della diversità oggettiva  dei tempi dovuta ai fusi orari è incompatibile con il fatto che ciascuno vede comunque mezzogiorno a casa sua?

Affermi anche che “credi in un atteggiamento spirituale ideale. Più che un atteggiamento, consiste in una realizzazione totale dell’essere, realizzazione di qualità.” “Credo….” Tutto è detto. Siamo nel campo della fede, della scommessa sull’ignoto, l’inverificabile. Perché no? Ciò che è sicuro, è che gli atteggiamenti spirituali sono sempre stati di una diversità incredibile secondo le epoche, le culture e gli individui.

Parli di “una realizzazione totale dell’essere, realizzazione di qualità”. Ma la “realizzazione totale dell’essere” implica secondo l’astrologia (ma anche la psicologia jungiana) di vivere attivamente e lucidamente tutta la propria Terra e tutto il proprio Cielo, con le forze e le debolezze, qualità e difetti.

E superando questo contesto strettamente astrologico, non credi che essere pienamente Se stessi nel senso jungiano, è vivere come totalità con le proprie luci ed ombre, i propri angeli e demoni, che siano usciti dalla Terra o dal Cielo? Una “realizzazione totale” che incorpora soltanto le “qualità” sarebbe solo una realizzazione parziale. Le nostre “qualità” sono soltanto l’ombra luminosa dei nostri “difetti” oppure “carenze”.

Il tuo approccio al buddismo mi pare manchi di dialettica…

 

P.:- Prima di tutto voglio parlare della mia esperienza. Mi è stato molto facile aderire al buddismo, poiché avevo uno stato di spirito buddista. Già, per iniziare, avevo fatto mio il consiglio del Buddha a non credere in qualsiasi cosa, anche nelle sue parole, prima di averla sperimentata. Applico questo atteggiamento a tutti gli aspetti della vita e quindi anche alla spiritualità…

 Le verità del buddismo, “l’atteggiamento spirituale ideale”, ci credo perché le ho sperimentate come positive. Esempio: La Verità Nobile della Sofferenza. L’ho constatata nella vita di tutti i giorni ed è ciò che mi ha fatto interessare alla spiritualità. L’Equanimità: da giovane, frequentavo solo un certo tipo di persone ed ero molto selettiva.

Ciò non mi ha reso felice, perché in assenza di queste persone non stavo bene. Da quando cerco di essere equanime, mi sono aperta molto di più. L’atteggiamento spirituale, ci si arriva pian piano.

E’ la vita che ci porta. E’ l’intersezione tra le nostre prese di coscienza intellettuali, emotive, energetiche.

Non bisogna idealizzare questo atteggiamento spirituale, lo si scopre come il frutto matura sull’albero.

La filosofia buddista ci aiuta, ma ciò che impariamo intellettualmente è sempre da integrare al proprio caso.

E’ tutta un’alchimia, delicata, e tutti gli errori sono possibili. Ma il centro di riferimento è sempre sé stessi, la propria coscienza.

Si possono ascoltare preziosi insegnamenti buddisti e trascinare con sé complessi psicologici che fanno sì da avere delle difficoltà a metterli in pratica.

Al contrario, si può non essere buddisti ed averne le qualità.

 

R.P.:- Mi piacerebbe riprendere i due esempi che dai di un “atteggiamento spirituale ideale secondo il buddismo”:

“La verità nobile della sofferenza”. Non so se è una verità nobile ma è certamente una realtà inevitabile: sono la sofferenza e l’insoddisfazione che ci spingono ad evolvere.

Si può eventualmente farne un principio universale, una “verità nobile”. L’atteggiamento spirituale che ne risulta non è affatto incompatibile con la diversità dei comportamenti umani così come l’astrologia la postula, la dimostra e la descrive.

Niente come un piccolo quadrato o una meravigliosa opposizione può provocare eventuali salutari e felici (!?) prese di coscienza psicologiche, se non spirituali.

La gente felice non ha storia, come dice giustamente la saggezza popolare, ed i sestili ed i trigoni esprimono in fondo soltanto una pausa tra due periodi di trasformazione possibile.

Rimane che ciascuno ha le proprie sofferenze specifiche, e che per metterci una fine (i masochisti non lo desiderano), ciascuno deve utilizzare i mezzi a propria disposizione ed immaginare soluzioni di una incredibile diversità… L’estroverso, il solitario o l’attivo per natura vivranno questo “atteggiamento spirituale ideale di fronte alla sofferenza” in modo completamente diverso dall’introverso, dal socievole o dal meditativo.

L’atteggiamento spirituale ideale mi sembra essere soltanto una chimera se non si iscrive nel cuore stesso del vissuto e delle strutture psichiche originali di ogni essere.

Torniamo ora all’”equanimità illimitata”. Non siamo uguali davanti all’equanimità. Certi lo sono spontaneamente, fa parte del loro carattere, non hanno, dunque, nessun merito e non si può considerare la loro equanimità come un atteggiamento spirituale ideale, a meno di considerare che si eredita questa qualità alla nascita. Altri non lo sono: hanno obbligatoriamente un “cattivo karma”?

Per uscire da ciò che è forse soltanto un malinteso semantico, la domanda che si pone potrebbe essere la seguente: “Esistono due tipi diversi di equanimità, di cui uno sarebbe puramente psicologico e l’altro puramente spirituale?” Ammettiamo che la risposta sia “sì” e cerchiamo allora di definire il più precisamente possibile questi due tipi di equanimità, ricordando di passaggio che questa parola significa “eguaglianza di umore, serenità”.

Molteplici fattori astro-psicologici possono concorrere a comportamenti segnati dall’equanimità.

Sul piano delle influenze zodiacali, la fase egualitaria (polo debole dei segni equinoziali) s’impone: dalle sue reazioni unilaterali ad eccitanti considerate per intensità e importanza esattamente equivalenti (giorno = notte), l’individuo reagisce con comportamenti che eguagliano e livellano i contrari. Essendo ancora più precisi, lo stato di equanimità presuppone una specie di indifferenza o rifiuto di reazione così tanto simili da non poter distinguere le caratteristiche dell’asse Vergine-Pesci: tutto è lo stesso per me, niente suscita in me la minima eccitazione.

Gli individui fortemente segnati dalla Vergine e/o Pesci potrebbero quindi essere definiti come i “re dell’equanimità” astro-psicologica.

Sul piano delle influenze planetarie, la funzione lunare pare imporsi, in quanto chiede di mantenere uno stato di omogeneità, di benessere e di serenità relativamente passivo.

Semplificando all’estremo, una Luna dominante in Vergine o in Pesci e in mancanza di eccitazione (f+) costituirebbe il migliore profilo astro-psicologico dell’equanimità.

Quale potrebbe essere la definizione dell’”equanimità spirituale”?

Se rispetta la diversità dei comportamenti individuali pur superandola, mi sembra che inviterebbe ciascuno di noi di uscire  senza rinunciare completamente dalla strettezza del proprio punto di vista personale, anche se pare fondato, per accettare (o aprirsi alla) pluralità (ancora lei) di tutti gli altri punti di vista, ammettendo fin dall’inizio che ad un certo livello dell’essere, tutti sono equivalenti in seno all’infinità delle possibilità, che è uno dei volti dell’universale.

In questa ipotesi, che dal punto di vista  dell’astrologia naturale (condizionalista) somiglia enormemente ad un passaggio del referenziale “Soggetto” al referenziale “Oggetto”, si possono vivere pienamente le proprie tendenze astro-psicologiche individuali.

E ciò compreso combattendo eventualmente i punti di vista che si credono incompatibili con il proprio, senza comunque mai perdere di vista che, dal punto di vista dell’”equanimità spirituale” “il nemico” non ha per forza torto a reagire come fa, cioè mantenendo finalmente una certa forma di serenità nei confronti peggiori.

Ma, mi dirai, il confronto non è molto consigliato da un punto di vista spirituale. Non so che cosa ne pensassero i guerrieri tibetani che hanno combattuto gli invasori cinesi con le armi in pugno, ma la mia esperienza di astrologo mi ha insegnato che esistono persone le quali, per la loro costituzione astro-psicologica, non sarebbero capaci di tollerare a lungo uno stato di equanimità spirituale privo di un’azione offensiva. I guerrieri non avrebbero il diritto all’equanimità d’anima, a combattere impietosamente il nemico del momento senza malanimo, dicendosi con serenità che è soltanto il nemico del momento? Quel guerriero, non ne dubitiamo, sarebbe più accessibile alla pietà ed alla misericordia del guerriero privo di equanimità spirituale…

Se “l’equanimità spirituale” sostiene di negare o di oltrepassare radicalmente la diversità delle componenti astro-psicologiche, è un altro paio di maniche. Bisogna schiacciare gli ego (tranne per esempio-ipotesi gli ego Luna-Pesci oppure Vergine vissuti nell’inerzia ad un alto livello di realizzazione spirituale) purché ciascuno abbia “il vero atteggiamento spirituale”. Per arrivare alla dimensione spirituale, spetta all’uomo fare una croce definitiva su ciò che fa l’originalità, la specificità dei suoi comportamenti.

Da un certo punto di vista “orientale”, come quello del buddismo, ciò può essere concepito finché è vero che la nozione di “individualità” riveste poca importanza nelle culture orientali (come d’altronde nelle civiltà primitive).

 

P.: - Ti potrà forse interessare il parere di un Lama, direttore spirituale di un centro di conservazione della tradizione mahayânista.

Nel corso di una seduta di “domande e risposte”, gli è stata posta una domanda sull’astrologia. Ha risposto: “Il Buddha non ha niente da fare con l’astrologia”. Senza dubbio questo non è da considerare come una verità assoluta. Comunque sia, mi piace credere che ad un certo livello si oltrepassino i condizionamenti astrologici.

Ad un certo livello… Restiamo modesti e soprattutto restiamo noi stessi. Non è questione ad esempio di negare le nostre emozioni, ma di accettarle senza giudizio.

In questo modo, per ritornare al tuo esempio, se un Vergine “r” non può accedere ad un atteggiamento di Equanimità Illimitata, che viva ciò che deve vivere, cioè magari il contrario. Il giorno in cui avrà sofferto abbastanza, evolverà.

 

R.P.: - Secondo il tuo lama, il condizionamento astrologico individuale è, se non negato dal buddismo  (“Il Buddha non ha niente da fare con ‘astrologia”), almeno radicalmente relativizzato (mentre il Dalaï Lama ha il suo astrologo).

In questa ottica, il fatto di essere un individuo con un comportamento specifico non sarebbe altro che un’illusione creata dall’ego per legittimare l’ “io” illustrandolo in atteggiamenti caratteristici.

E’ naturale che un punto di vista tale costituisca una totale antinomia rispetto a quello sviluppato dall’astrologia naturale (condizionalista).

Ma questa è solo un’ipotesi, una domanda. Come rispondi? “Non bisogna idealizzare questo atteggiamento spirituale,” dici ed hai perfettamente ragione. Ma allora, perché parli nello stesso tempo “di un atteggiamento spirituale ideale”? Ammetto che non capisco. Almeno, non credo, al contrario di te che “ad un certo livello si oltrepassano i condizionamenti astrologici”… salvo forse in occasione del nostro passaggio nell’aldilà.

Che lo vogliamo o no, siamo tutti quanti, durante tutta la nostra vita,  in simbiosi, corpo-animo-spirito, con il nostro ambiente cosmico che ci condiziona.

Hai già incontrato due lama psicologicamente identici (se il fatto di essere lama è una referenza in termini di realizzazione spirituale)?  Non ci sono quelli più vivaci e quelli lenti, quelli più aperti e quelli inaccessibili, altri dotati per l’insegnamento ed altri per niente?

Penso, credo che lo stato di “felicità buddista”, di “nirvâna” esiste.

Ho già sperimentato stati di non-dualità. Penso e credo anche che esistono esseri “realizzati”, quelli che fanno in permanenza l’esperienza del loro Sé cosmo-tellurico[iv].

Il problema è di sapere se questi “realizzati” differiscono tra loro. Risposta di Uppalari Gopala Krishnamurti[v], un “realizzato” (niente a che vedere con il Jiddu Krishnamurti ben noto): secondo lui (il modo in cui evoca la propria esperienza non può suscitare dubbi sulla realtà di questa “realizzazione”), i “realizzati” differiscono tra loro “perché il loro background è diverso. Il solo background ha la facoltà di esprimersi… Il modo in cui mi rendo conto del mio è determinato dal mio passato di lotte, dalla via che ho seguito, dal mio respingere la via seguita da altri. Un punto, basta…

La personalità non cambia quando si assume lo stato naturale[vi]. Siete, dopo tutto, un computer che reagisce come è stato programmato.

Infatti, è il vostro sforzo attuale di trasformarvi che vi allontana da voi stesso e vi impedisce di funzionare in modo naturale. La personalità non cambierà.

Non aspettate che un uomo (un essere “realizzato”) si liberi della collera o delle proprie idiosincrasie.

Non aspettate di vederlo dar prova di qualche umiltà “spirituale”. Quell’uomo può essere la persona più arrogante che abbiate mai conosciuto perché è in contatto con la vita nell’unico punto che nessun altro ha potuto toccare.

E’ per questo motivo che ciascuno di coloro che raggiunge questo stato si esprime in maniera unica per il linguaggio dei suoi tempi. E’ anche per questo motivo che due persone che vivono tale stato nella stessa epoca non comunicheranno mai.

Non balleranno mai per strada mano nella mano: “Siamo realizzati, siamo in comunione[vii]”,

 

P.: -  Ho letto U.G. e non condivido il tuo parere! Mi permetto di dubitare della sua “realizzazione”: è un avventuriero della coscienza, certamente, ed a questo titolo ci si può interessare alla sua esperienza. Ma la sua confutazione sul buddismo non mi pare sostenuta da argomenti solidi.

Il suo “stato naturale” non sembra andar lontano. Sembra trovarsi in uno stato in cui subisce le cose senza scopo. Strano….

R.P.: Non è un “mistico” autentico, in qualsiasi terreno culturale-spirituale s’immergano le sue radici, un “avventuriero della coscienza”, cioè uno che disturba il consenso sociale, un consenso di cui fanno parte le grandi religioni che fondano le morali collettive, cioè la normalizzazione delle coscienze e dei comportamenti?

Gli “avventurieri della coscienza” devono essere ufficialmente riconosciuti da queste grandi religioni per essere timbrati come “autentici”?

Ci ritorneremo senza dubbio. Affermi anche che ti “permetti di dubitare della sua “realizzazione”, ciò che è tuo diritto.

Ma qual è il criterio obiettivo che permette di valutare lo stato di “realizzazione” o di “non-realizzazione”? Torneremo certamente a tutto questo, a questi criteri di giudizio o di percezione nel corso delle nostre conversazioni…

 

P.: - Né sono d’accordo quando U.G. dice che “è il vostro sforzo attuale per trasformarvi che vi allontana da voi stessi e vi impedisce di funzionare in modo naturale”.

E se ha ancora della collera, non è realizzato!

 

R.P.: - Eppure esistono collere sante! Bisognerebbe anche che ci mettessimo d’accordo su ciò che U.G. chiama il “funzionamento naturale”.

Se ho ben capito, è lo stato in cui si trova un individuo che si è liberato da tutti i suoi condizionamenti sociali (compresi quelli religiosi, essendo la religione un condizionamento sociale tra gli altri) e che funziona secondo i propri ritmi, quelli che gli valgono la sua appartenenza intima alla Natura terrestre e celeste, la Natura di cui ha una percezione-ricezione non-duale.

Questo “stato naturale” selvatico, cosmo-tellurico, sarebbe quello nel sui seno si esercita l’influenza astrologica che struttura sottilmente e potentemente il patrimonio biofisico dell’Uomo. E’ quindi in seno a questo stato che si organizzerebbero, secondo l’astrologia, le differenze di comportamento individuali “alla buona”, che si traducono dagli atteggiamenti astro-psicologici caratteristici.

E’ senza dubbio a questo che fa allusione U.G. quando afferma che “la mutazione psicologica è impossibile. Lo stato naturale si verifica soltanto in favore di una mutazione biologica” che modifica radicalmente la percezione: si passa da una percezione duale (l’osservatore e la cosa osservata sono due entità distinte) ad una percezione non-duale (non esiste più alcuna differenza tra l’osservatore e la cosa osservata).

Ad un interlocutore che gli chiedeva: “Quelli che hanno subito una tale trasformazione hanno delle caratteristiche comuni?” U.G. ha risposto: “La domanda non si pone. Se decidessi di paragonarmi ad un santo, sarebbe la mia tragedia. Non apparteniamo ad una confraternita o a qualsiasi altra comunità di questo genere.

Cosa ci può essere in comune tra una rosa, un narciso ed un fiore dei campi? Ognuno ha la sua bellezza unica, una bellezza propria.

Che si abbia una preferenza per uno piuttosto per un altro fiore, è un’altra storia…[viii]”.

 

P.: - Ma questo “stato naturale” è il vero “risveglio”?

 

R.P.: - Non so. E chi può saperlo? Esistono diversi “stadi” in quello che si conviene  chiamare “il risveglio”?

Certi di loro sono incompatibili con i condizionamenti astrologici iniziali? Lo “stato naturale” che descrive U.G. ha di interessante il fatto che offre un piano comune, un’intersezione tra la fisiologia degli stati “mistici” e l’astrologia, e che rende perfettamente compatibili, da una parte il mantenimento di una struttura di funzionamento determinata dal tema di nascita, e dall’altra l’assenza di un ego-controllore (sparizione dell’Io dal fatto della percezione non-duale).

 

P.: Affermare che “lo stato naturale si verifica solo in favore di una mutazione biologica” rilevata dalla propria esperienza, è una verità universale ed assoluta?

 

R.P.: Buona domanda…Risposta: non lo so. Ti ricordo che ciò che mi ha interessato nella descrizione di U.G. del suo universo percettivo, è la precisione con cui descrive i processi neurofisiologici che sottendono la sua percezione non-duale della realtà.

Questa sembra infatti rilevare di una “mutazione biologica” e non di una “mutazione psicologica”…o astro-psicologica.

Ciò non vuol dire assolutamente che le mutazioni astro-psicologiche sono impossibili: si può vivere il proprio tema in molti modi diversi nel corso di una vita, rafforzando volontariamente o no una tendenza a danno di un’altra, sublimando i conflitti, ecc.

Si possono perfettamente correggere le disfunzioni o “difetti”, e questo non ha niente a che vedere in sé con un “risveglio” qualsiasi: si tratta semplicemente dell’aspirazione al migliore funzionamento astro-psicologico possibile, di auto-organizzarsi per essere il più possibile a proprio agio.

La percezione non-duale permanente della realtà presuppone una modifica in profondità del recettore neuro-fisiologico umano.

Gli stati di trance o gli stati di coscienza trasformata resi possibili, ad esempio, dallo yoga o dalla meditazione sono accompagnati, te lo voglio ricordare, da importanti modifiche nella temperatura, nel metabolismo basale ecc.!

E’ senz’altro ciò che vuol dire U.G. quando parla di “mutazione biologica”. Non siamo più esattamente nel piano delle influenze astrologiche. Benché… tutti i livelli del reale comunichino tra di loro ed è sempre in occasione di transiti planetari essenziali che gli “avventurieri della coscienza” o i “mistici” vivono le proprie esperienze più trascendentali. C’è dunque un legame.

Comunque sia, traduciamo le osservazione di U.G. in termini astrologici: lo stato di risveglio o di “realizzazione” non sopprime assolutamente ciò che chiama il “background” in seno a cui si è strutturato e sviluppato il funzionamento della personalità.

Questo background è composto di tutti i condizionamenti che hanno contribuito a fare di un essere ciò che è: condizionamenti genetici e culturali, certo, ma anche condizionamento astrale.

La struttura astrale rimane, quindi, e il “Sé” naturale si esprime attraverso essa quando c’è la necessità di esprimersi.

Non dimentichiamo infatti che nello stato di percezione non-duale permanente che caratterizzava i soggetti “realizzati”, non esiste più un “Io” separato dall’Altro, dagli Altri e che l’espressione, la comunicazione non hanno più quindi alcuna utilità funzionale…salvo nelle circostanze in cui l’essere “realizzato” si trova costretto ad esprimersi, a comunicare (attraverso l’arte, la scienza o i rapporti sociali ad esempio).

 

P.: Dici che “l’espressione, la comunicazione non hanno più alcuna utilità funzionale” nello stato di risveglio. Questo è discutibile!

 

R.P.: Allora discutiamone! Se viviamo tutti e due in uno stato di percezione non-duale, io sono tu e tu sei me, ed a quel livello le differenze di funzionamento psicologico che dobbiamo ai nostri temi astrali non hanno più nessuna importanza.

Nello stato di non-separabilità che caratterizzerebbe il nostro rapporto, non ci sarebbe più nessun bisogno di esprimere o di comunicare qualsiasi cosa: per esprimere o comunicare qualche cosa, sia in maniera Toro, lunare, Sagittario o plutoniana, bisogna essere in due.

Se siamo solo uno (la maggior parte delle cosiddette esperienze “mistiche” sono delle esperienze di non-dualità) non c’è più niente da esprimere o comunicare.

Ma nella vita razionale, sapendo che la vasta maggioranza di noi vive in uno stato di percezione duale, si esprime, si comunica attraverso il prisma delle configurazioni planetarie e zodiacali natali ed attuali (transiti). Bisogna quindi cercare di mettersi al posto di colui che vive in uno stato di percezione non-duale, uno stato di “risveglio”, quando ci si ritrova di fronte a qualcuno che vive in uno stato di percezione duale: che il risvegliato lo voglia o no, il rapporto tra “risvegliato” e “non-risvegliato” è strutturato da una dualità fondamentale, poiché la non-dualità funziona soltanto a senso unico (dal “risvegliato” verso il “non-risvegliato”).

In queste condizioni, il “risvegliato”, se vuole mantenere il legame sociale con l’altro, non può fare altrimenti che esprimersi, comunicare secondo il suo funzionamento naturale determinato dagli astri.

C’è lì qualcosa di molto profondo per la comprensione dell’influenza astrologica, a cui torneremo nel seguito di questo dialogo.

Un Vergine “r” è “programmato” per essere Vergine “r”. Se vive il “risveglio” spirituale, accederà alla percezione non-duale, ma in maniera determinata dal suo funzionamento Vergine “r”, e quando sarà messo in situazione di comunicare socialmente con l’Altro, lo farà in maniera Vergine “r”….

E’ quindi lontano dall’essere evidente che esiste un “atteggiamento spirituale ideale”. In ogni caso non ne esiste uno solo.

Il “risvegliato” accede ad un’altra dimensione dell’essere, a-temporale e sincronistica (che rassomiglia stranamente alla funzione lunare, ci torneremo senz’altro), rimanendo ciò che è, attraverso il prisma delle sue programmazioni cosmo-telluriche e le esperienze che hanno segnato il suo vissuto personale. Non si identifica più con loro: sono soltanto un veicolo. L’“Io” è abolito, ma non il “Sé” funzionale, questa struttura vuota attraverso la quale l’essere si esprime.

L’impermanenza dell’essere vuoto, liberato dalle illusioni secondo il punto di vista buddista, può allora esprimersi attraverso il mantenimento, per la durata di una vita, delle proprie strutture astrali.

In termini astrologici secondo il modello S.O.R.I.[ix], si dirà che l’individuo ha definitivamente lasciato il Soggetto, l’Oggetto ed il Rapporto con l’Integrazione nel cui seno il Soggetto-con-il-proprio-oroscopo è soltanto un viso, un’espressione fugace del grande Tutto attraverso un certo prisma (il proprio tema).

In questa ottica, l’astrologia naturale (condizionalista) e la filosofia buddista non sono per niente incompatibili, anzi al contrario…..

 

        Nella seconda parte di questo dialogo continueremo queste riflessioni sull’astrologia e sulla spiritualità buddista, e Pascale esporrà le critiche che indirizza, in quanto buddista, all’astrologia naturale (condizionalista). Continueremo, grazie a queste critiche, questo ricco scambio che permette e permetterà, ce lo auguriamo, di approfondire la nostra conoscenza dell’astrologia, di farla uscire dal campo stretto dell’astro-psicologia in cui è troppo spesso limitata e di cogliere più sottilmente i legami tra astrologia e metafisica.

 

R.P.:- Quali critiche precise e concrete indirizzi all’astrologia in quanto buddista .. ed astrologizzante?

Fatalismo e mancanza di “visione”?

 

P.: - Riprendo la tua osservazione[x]: nell’ottica astrologica, la “realizzazione totale dell’essere” implica vivere attivamente e lucidamente tutto il proprio cielo, con forze e debolezze, qualità e difetti. Il buddismo non nega questo terreno, non nega la diversità, ma la vede come il risultato di un karma; infatti non la accetta e non la respinge, ma ci invita ad una semplice presenza in questo terreno, senza giudizio, per conoscere la natura delle cose, a trascenderla, ad evolvere. Ciò è lontano da un certo fatalismo (ma posso sbagliarmi) che credo di vedere nella tua visione dell’astrologia: abbiamo delle qualità, dei difetti, delle forze e delle debolezze. D’accordo! Ma perché rimanere lì? Manca forse questa visione, un’apertura, una possibilità di evoluzione. Precisamente, i difetti e le debolezze ci invitano ad un lavoro su noi stessi. Perché subire le cose? Credo che l’essere umano sia più ricco di risorse e più complesso, e gli aspetti e le posizioni planetari siano più paradossali e imprevedibili.

 

R.P.: - Se c’è un approccio dell’astrologia che non può essere sospettato di fatalismo, è proprio quello del condizionalismo. Ma forse confondi due nozioni diverse: il fatalismo e il determinismo. L’uomo è senz’altro fortemente determinato dall’organizzazione del sistema solare nel luogo ed al momento della nascita e durante tutta la sua esistenza, come è fortemente determinato dal proprio patrimonio genetico, dall’educazione, dall’ambiente socio-culturale ecc. Non può sfuggire da queste determinazioni iniziali. Deve adattarsi al suo ambiente cosmico come all’ambiente terrestre, accontentarsi di ciò che ha ricevuto, risolvere i problemi che gli pone il suo patrimonio celeste (il tema natale) secondo le opportunità che gli offre il suo patrimonio terrestre (eredità, sesso, educazione ecc.). L’esperienza mostra che quelli che, per un motivo o per l’altro, sono obbligati a vivere in contraddizione con la struttura del proprio essere che costituisce il tema natale, sviluppano gravi nevrosi.

Nascere sotto un’opposizione Venere-Urano dominante, ad esempio, significa essere votato, determinato a dover risolvere le tensioni tra l’affettività e la cerebralità che un tale aspetto implica, e che in qualche modo, “trascinerà” tutto il tema.

Ma ti ricordo che il cielo pone delle domande e dei problemi, e che è l’uomo sulla Terra a dover portare le risposte e le soluzioni, in funzione dei suoi diversi condizionamenti terrestri. Non c’è dunque una fatalità assoluta da parte del cielo e, come sottolinei a giusto titolo, ogni essere fortemente determinato da un’opposizione Venere-Urano, in funzione delle condizioni iniziali e del suo ambiente di evoluzione, dei riflessi condizionati e delle proprie prese di coscienza, vivrà in maniera originale questo aspetto planetario. Certi lo vivranno per tutta la vita in forma di  conflitto permanente ed impossibile da risolvere, altri impareranno, dopo dure esperienze, a controllare questa discontinuità per trasformarla in una dinamica di adattamento, ma qualunque siano le soluzioni che gli individui immaginano o gli siano imposte, non sfuggiranno al “quadro di riferimento” della problematica Venere-Urano. In questo modo, un forte determinismo non implica automaticamente una fatalità cieca.

Se questa fatalità appare, è più frutto dell’inerzia dei comportamenti umani e della pesantezza dei condizionamenti sociali che di un qualche “destino astrologico”. Quando, per un motivo o per l’altro, si è stabilito un cattivo rapporto con il proprio cielo di nascita, è evidente che bisogna fare un “lavoro su noi stessi” di carattere psicoterapeutico (con o senza l’aiuto di professionisti) per vivere in migliore armonia con il proprio tema… nel quadro delle strutture del proprio tema, e non contro di loro.

Da questo punto di vista, l’astrologia condizionalista ed il buddismo sono completamente d’accordo. Non c’è nessun motivo per “subire le cose”. Se vivo male la mia dissonanza Venere-Urano, spetta solo a me, sempre che il mio ambiente affettivo, economico e sociale non me lo impediscano, di viverla in un’altra maniera.

Rimproveri anche all’astrologia naturale (condizionalista) di mancare forse di una “visione, un’apertura, una possibilità di evoluzione”. Per tentare di risponderti, mi vedo costretto a fare una piccola deviazione storica.

Quando l’astrologia è nata presso i Caldei, gli astrologhi erano sacerdoti, astrologhi ed astronomi allo stesso tempo, ed i nostri lontani avi non facevano all’inizio nessuna distinzione tra questi tre statuti.

Ciò significa che, all’inizio, l’astrologia era inseparabile dalla religione … e dalla scienza. L’incontro del sapere astrologico caldeo con la civiltà greca ha visto la separazione tra “astrologia scientifica”, per semplificare, e “religione cosmica”, ciò che non ha impedito a Keplero, per esempio, di essere contemporaneamente un grande scienziato, un astrologo ed un uomo di un’estrema religiosità. Dopo essere stato espulso dall’Accademia delle Scienze durante il Rinascimento, l’astrologia occidentale ha dovuto la sua sopravvivenza soltanto alle sette esoterico-religiose che l’hanno accolta e perpetuata (mummificandola) fino alla fine del XIX secolo.

Dopo aver avuto tante difficoltà a separarsi dalle credenze religiose, metafisiche, si vedeva di nuovo costretta a coabitare con loro (determinismo o fatalità?).

Risultato: nel XX secolo, il sapere astrologico “scientifico” era inestricabilmente mescolato a tanti tipi di credenze, essendo l’orientalismo di grande attualità.

Ora, l’astrologia, fondamentalmente, non appartiene al dominio del credere, ma del sapere.

Non è il frutto di una rivelazione, ma di una scoperta empirica, di un’osservazione degli esseri e delle cose, di una meditazione sui misteri della natura universale, nell’ottica di una profonda interdipendenza tra realtà terrestri e realtà celesti.

Per rendere il suo vero statuto all’astrologia, quello di scienza naturale misconosciuta all’incrocio delle scienze fisiche e delle scienze umane, Jean-Pierre Nicola, fondatore dell’astrologia condizionalista, ha capito che bisognava urgentemente liberarla da ogni tutela religiosa o pseudo-metafisica: l’astrologia in sé è agnostica.

E’ forse questo che rimproveri all’astrologia naturale. Ed in un certo senso, non hai completamente torto. Fin dalla nascita dell’astrologia condizionalista, più di trent’anni fa, abbiamo dovuto – e non c’era scelta – lottare duramente per liberare l’astrologia dal mare di superstizioni, credenze irrazionali, religiosità sincretica e per ciò mettere l’accento sui metodi rigorosi, un discorso su logico-razionale ed una riflessione approfondita sulla sua natura ed il suo statuto. In questa prima e difficile fase, probabilmente abbiamo troppo spesso dato l’impressione di essere chiusi a quello che chiami “visione”, “apertura”, “possibilità di evoluzione”, tutte nozioni che hanno, per te, un significato spirituale.

Al contrario di altre correnti astrologiche (e qui penso ad esempio agli umanisti, ai rosicruciani o ai karmisti), non abbiamo un messaggio religioso galvanizzante ed euforizzante da trasmettere alle masse. Non facciamo catechismi. Non siamo una setta che porta il conforto di credenze condividse ai propri aderenti. Non abbiamo risposte da dare alle domande metafisiche che si pone l’umanità. Siamo solo astrologhi, i più coerenti, i più veri: studiamo e ci sforziamo di capire i misteri del rapporto dello spazio umano con i cicli e le strutture del sistema solare. Da queste ricerche viene una pratica, che si ritrova nella consultazione astrologica. Si tratta allora, in questo umile rapporto di aiuto, di far capire al soggetto il rapporto che ha stabilito con il proprio cielo e di aiutarlo, per quanto possibile, a migliorare tale rapporto rispettando la sua integrità spirituale, le sue credenze religiose, le sue scommesse metafisiche. Un tale atteggiamento può sembrare che manchi di soffio trascendentale, bisognoso, stretto e strettamente funzionalista, quasi terra-terra (il culmine per gli astrologhi!) che a prima vista, è sempre superficiale.

In effetti, non è affatto così. I condizionalisti non si riducono ad austeri tecnici-ingegneri dell’astrologia. Dimostrare rigorosamente che l’uomo sulla terra vive in profonda simbiosi con l’universo, intimamente collegato ai cicli cosmici della natura, è mancare di “visione”? Non è piuttosto proporre all’uomo una ampia e ricca visione ancorata nella realtà, che implica un altro rapporto con la natura universale rispetto all’attuale rapporto di dominazione cieca, una riconciliazione tra l’uomo sulla terra e il cosmo, un’altra maniera di vivere nel rispetto delle differenze che dobbiamo, tra l’altro, ai nostri temi natali, un altro tipo di educazione che terrebbe conto dell’apprendimento sistematico di queste differenze per raggiungere maggiore tolleranza, un altro rapporto con la psicologia che implicherebbe la fine radicale ddell’assolutismo di un Io individualista, isolato nel proprio sacco di carne e di idee ed isolato dall’universo, un altro rapporto con la politica che integrerebbe il rispetto delle scadenze a lungo termine, un altro rapporto con la metafisica che sarebbe infine libera da tutte le antiche proiezioni religiose? Il R.E.T. non è un sistema di pensiero che integra totalmente l’ignoto, il mistero e quindi la metafisica, al cuore stesso dei riferimenti umani? Se questa non è la “visione”, allora non so che cosa è.

Secondo rimprovero: ci mancherebbe l’”apertura”. Il semplice fatto che una buddista possa esprimersi liberamente in una rivista di astrologia naturale basta a rendere questo rimprovero nullo.

Ma andiamo più lontano: l’approccio condizionalista dell’astrologia è l’unico ad essere aperto a tutti i campi che riguardano l’uomo, “dall’atomo alla stella, e non dalla culla all’asilo nido”, come lo dice bene Jean-Pierre Nicola.

Per capire l’uomo, bisogna affrontarlo in tutte le sue dimensioni: sociale, intellettuale, fisiologica, affettiva, metafisica. Perché le strutture del sistema solare in noi sono le matrici dei nostri concepimenti e vissuti del mondo, l’astrologia può essere soltanto apertura.

Terzo rimprovero: la mancanza di “possibilità di evoluzione”. Dopo tutto quello che ho detto, questo si autocancella.

L’astrologia è un sapere in costante movimento, quindi in perpetua evoluzione. Guarda i simboli del R.E.T.: alla loro base si trova sempre Plutone, cioè la funzione dell’ignoto, inesauribile riserva di trasmutazioni, di trasformazioni, di evoluzioni e di rivoluzioni. L’uomo è in sincronia con i ritmi ed i cicli planetari.

Non è prigioniero del proprio tema, ne è l’espressione mutante nel filo del tempo. Il tema non è una gabbia immobile ma una proposizione di essere dinamico. Non dimenticare che il condizionalismo si è anche costruito come reazione il fatalismo dell’astrologia classica!

 

I pianeti-mattoni e la casa

 

 P.: - Prenderò un esempio: nel mio tema, Venere è senza aspetti, ciò che significa, secondo le teorie condizionaliste o altre, che non utilizzo spesso  “l’efficacia emotiva, l’effetto sensoriale, la ricerca di rapporti privilegiati, ecc., la gentilezza, la compassione, la tenerezza”.

Trovo che l’affettività (Venere), la riflessione (Mercurio), l’azione (Marte), la trascendenza (Plutone) ecc., sono tutti componenti dell’essere umano, e non vedo perché certi sarebbero privi di questa o quell’altra possibilità di espressione, o di certe qualità. Ammettiamo che possano essere deboli all’inizio e naturali. Si può immaginare molto bene che un soggetto, tramite un lavoro su sé stesso, arrivi ad integrare una funzione (Venere) e che questa sarà il frutto di una riflessione, di una sperimentazione, di un’acquisizione controllata.

 

R.P.: - Ma certo! Mi piace utilizzare l’analogia della casa: ciascuno di noi, alla nascita, eredita gli stessi “mattoni-planetari e zodiacali per costruire la sua, ma nessuno costruisce la stessa casa, perché ciascuno di noi comincia questa costruzione con i primi mattoni che gli capitano sotto mano, cioè i pianeti dominanti alla propria nascita. Ogni individuo è composto da tutto il proprio cielo e, idealmente, dovrebbe integrare tutti i componenti di questo suo cielo. Michel Dacremont, nel suo articolo “Interpréter globalement” in un numero recente del Fil d’ARIANA, ha illustrato molto bene il fatto che funzioni deboli possono essere perfettamente integrate.. ma secondo un certo ordine e certe condizioni. Si comincia a costruire la propria casa con i materiali, i mattoni che si conoscono meglio… le “dominanti planetari”. Affinché la casa sia completa ed ultimata, bisogna ovviamente utilizzare tutti i mattoni… ma non in qualsiasi ordine, non in qualsiasi modo. Cominciare a costruirla con i materiali che si conoscono meno può essere estremamente pericoloso ed aleatorio, fede di muratore-astrologo.

 

Rifiuto delle etichette

 

P.: - Un’altra osservazione sull’astrologia: trovo che ha troppo tendenza ad etichettare le persone, ad incollare giudizi definitivi. Esempio: il Toro è un soggetto paziente. E tutti gli altri Segni? Questa qualità gli manca? Perché certe qualità sarebbero riservate a certe categorie di esseri umani? Ammettiamo ancora che ciò sia più naturale in certi individui per effetto del loro carattere in abbinamento con i cicli cosmici. Questo impedisce un lavoro, una riflessione, un’osservazione che condurrebbero ad un miglioramento, una sensitività a questa qualità (la pazienza o qualcosa d’altro)? Personalmente rimango aperta, e credo in questo tipo di possibilità, e l’astrologia dovrebbe aprire qualche prospettiva di evoluzione in più, aldilà del suo lavoro dello “stato dell’arte”, necessario per carità, ma incompleto e riduttivo. Al contrario, il buddismo invita al lavoro su di sé, senza negare le differenze. I maestri le hanno notate quando dicono che certi dovranno lavorare di più sulla rabbia, mentre altri non soffrono o soffrono poco di questa emozione perturbatrice.

Certi devono sviluppare la compassione mentre in altri è innata, ecc. Ma non è una fatalità. Si possono acquisire queste virtù con lo studio, la conoscenza, l’osservazione delle emozioni. Questo programma mi sembra molto più divertente di quello che accetta le cose come stanno.

Quando si soffre di una malattia fisica, ci si cura, si mette una benda. Quando si soffre a causa di un difetto, perché non porci un rimedio.

 

R.P.: La tendenza a mettere delle etichette sempliciste, e che si vogliono definitive, sui comportamenti umani, non è propria all’astrologia, questo lo devi riconoscere. Ogni tipologia psicologica o morale soffre dello stesso difetto. La complessità ricchissima del funzionamento umano si ritrova in questo modo ridotta, identificata, schematizzata in qualche formula ed immagini-tipo che evitano di porsi delle domande. E’ rassicurante per lo spirito avido di norme e di modelli facilmente riconoscibili. “Il Toro è un soggetto paziente”: è ovvio che una tale affermazione è falsa, ultra-falsa: ci sono Toro pazienti e impazienti, perché non si può ridurre nessuno al Segno che il Sole occupava al momento della nascita. L’influenza planetaria è più determinante dell’influenza zodiacale, che ne è soltanto una modulazione. Un Toro “t” (in cui dominano Mercurio-Saturno_Plutone) sarà sempre più “paziente” di un Toro “e” (Venere-Marte-Nettuno dominanti). Se l’impazienza è molto spesso la prerogativa della gioventù, la pazienza è una virtù che si sviluppa più facilmente con l’età; infine, le civiltà tradizionali favoriscono maggiormente la pazienza più che le civiltà moderne, prigioniere dell'efficacia immediata ecc. Un tratto di carattere come la pazienza non è esclusivamente concentrato su 30° di eclittica, questo è ovvio.

L’astrologia naturale o condizionalista si è sviluppata in reazione alle tipologie sempliciste dell’astrologia classica, del genere “Lei è Fuoco, quindi appassionato” oppure “Lei è Acqua, quindi è sensibile-intuitivo-linfatico”. Si può onestamente identificare un individuo con un “tipo” soltanto in un’ottica riduttiva dichiarata. Ogni individuo è composto da un quadro completo di funzioni astro-psicologiche (e genetico-psicologiche, socio-psicologiche ecc.) organizzate e gerarchizzate che sarebbe vano voler ridurre ad un “tipo” immutabile. I metodi di interpretazione condizionalisti, che trattano l’insieme del tema in quanto totalità strutturata, vietano questo genere di riduzione.

Pazienti o impazienti, gli individui fortemente marcati dal Segno del Toro hanno comunque dei punti in comune, quali che siano le loro dominanti planetarie: la loro attitudine a mettersi in stato di inibizione, a rifiutare, dire no, a non rispondere ai solleciti del mondo esterno che non convengano al loro carattere. Non si può dire la stessa cosa dei Gemelli ad esempio, marcati da un’eccitabilità diffusa. Non tutti sono uguali dal punto di vista dell’attitudine ad eccitarsi o ad inibirsi, a dire sì o no.

Ci sono specialisti del “sì” e specialisti del “no”. Quelli del “sì ma” e quelli del “no, mai”. Quelli che dicono “sì” o “no” appena con le labbra e quelli che lo dicono in completa franchezza. E’ questo che differenzia, in grande misura, i temperamenti zodiacali.

Dire che ci sono temperamenti più o meno introversi o estroversi non significa avere delle tipologie sempliciste. Un individuo fortemente marcato dai pianeti "R“ (Sole-Mercurio-Venere) è più dotato di altri per sviluppare una socievolezza aperta e rilassata. Un altro, marcato dai pianeti “t” sarà istintivamente più segreto, più distante, più critico del precedente. “Perché certe qualità sarebbero riservate ad alcune categorie di esseri umani?” chiedi. Risposta: non siamo uguali in natura, siamo uguali in diritti.. in una società democratica e repubblicana.

Un iper-dominante Toro non funzionerà mai nello stesso modo di un iper-dominante Sagittario. Questo è lo “stato dell’arte” a cui permette di procedere, semplicando, lo studio di un tema astrologico. E’ inevitabile, perché descrive una realtà obiettiva. Ma questo non impedisce affatto ad un Sagittario o ad un Toro impaziente di imparare a far prova di quel minimo di pazienza che può crudelmente mancargli….sapendo che non potrà, in fondo, mai rivaleggiare in questo dominio con un individuo che abbia ricevuto la pazienza in eredità. L’impaziente costituzionale può imparare con profitto le virtù della pazienza, e perfino metterle in pratica… ma rimarrà sempre ostaggio del proprio temperamento impetuoso di base. L’asociale costituzionale può sempre frequentare i cocktail mondani dove esprimerà una socievolezza di facciata acquisita con grande fatica… ma rimarrà sempre in lui un fondo di sfiducia nei confronti delle mondanità. Si può migliorare, ma non ci si può rifare. L’astrologia ed il buddismo sono d’accordo su questo punto, al contrario di ciò che pensi.

 

Ombre e luci

 

P.: - Quando si osservano gli enormi danni causati a livello individuale o mondiale dalle nostre emozioni e dai nostri legami diversi, trovo che sia limitato e pessimista dire che “essere pienamente sé stesso, è viver come una totalità con le proprie luci ed ombre, i propri angeli e demoni”. D’accordo, abbiamo delle ombre, constatiamolo, è bene, ma perché rimanere lì, senza superarle, soprattutto se può essere nefasto per me come per gli altri.

Una realizzazione totale che incorpora soltanto le qualità sarebbe soltanto una realizzazione parziale”, scrivi. Questo si può discutere.. i buddisti dicono che l’ultimo si appoggia sul relativo (la realizzazione non cade dal cielo, bisogna partire dal terreno, dal fango, dai nostri problemi, confrontarsi per integrare le lezioni e superare le sofferenze). Ho frequentato alcuni lama buddisti, ed anche monaci e monache, e posso dirti che tutti, apprezziamo la loro realizzazione e le loro qualità, qualità che sono sulla via verso il risveglio, e che ne sono anche il frutto, qualità che sono la vigilanza, l’energia, la gioia, la tranquillità, l’equanimità, la concentrazione, la benevolenza, ecc.

Non si può dire che questa sia una realizzazione parziale… o allora è il mondo alla rovescia! Detto questo, i lama hanno naturalmente delle differenze: alcuni sono estroversi, altri sono riservati, altri sono dotati per i lavori manuali, certi hanno un senso dell’umore ed altri meno, ma questo si verifica nel non-attaccamento, ed hanno tutti quanti le qualità del risveglio. Ci si sente bene in loro presenza, sono calmi e sereni, è rassicurante frequentare persone del genere… Quanto alla passione del Dalaï Lama per la meccanica, questo non gli impedisce di vivere la felicità totale, poiché non ci è attaccato. Si può apprezzare un’attività senza esserne dipendenti per la propria felicità. I buddisti non sono persone tristi ed austere: si tengono nella via di mezzo, evitando gli estremi che sono la sete dei piaceri e l’ascetismo rigoroso.

 

R.:- Solo i vampiri nelle fiabe sono senza ombra. Essere pienamente sé stessi, a livello individuale come a livello collettivo, significa integrare le proprie zone di ombra (nell’astrologia, funzioni planetarie e zodiacali non-valorizzate alla nascita) nell’economia generale della propria psiche, della personalità, e di non negarle. Oppure, si diventa un vampiro inquisitore, prigioniero della propria luce totalitaria che nega le ombre degli altri. detto questo, le ombre più dannose sono le ombre incoscienti di sé stesse. Bisogna lavorare su di sé per evitare, nel limite del possibile, che queste ombre diventino il luogo di tutte le proiezioni, di tutti gli accecamenti, di tutti i rifiuti dell’altro, che è l’ombra di noi stessi come noi siamo la sua ombra.

La mia ombra fa parte di me, e se voglio essere me stesso, devo accettarla, farne un alleato piuttosto che un nemico. L’ombra non è un mostro, a meno di demonizzare l’incosciente.

Ti cito un testo di Jean-Pierre Nicola a proposito di questi rapporti coscienza-inconscienza, come l’astrologia naturale li concepisce: “Per essere seri, parliamo del rapporto coscienza-incoscienza, della sua qualità, della sua natura.

Un rapporto “vero” esclude il lapsus. Esclude l’incoscienza che dice no con la testa e la coscienza che dice sì con la bocca. Un essere diritto dal basso in alto non è separato dalla base. Non ama il diritto per odiare il verso. Se porta un amore, è un amore dal basso in alto. Se è un odio, lo porta con la giusta dose e fin dove ci vuole, senza creazione di ombra compensatrice. Una tale ombra renderebbe l’odio sleale nei confronti dell’universo! Per un essere tale, inutile interrogare il suo retro, il suo davanti ne risponde”.

Gli individui, anche i lama buddisti, non saranno mai uguali davanti alle sublimi qualità “extra-personali” che descrivi: vigilanza, energia, gioia, tranquillità, equanimità, concentrazione, benevolenza, ecc. In funzione dei temperamenti astrologici di base, ce ne saranno sempre di più dotati per certe qualità piuttosto che per altre. I lama energici e gioiosi con i problemi di concentrazione, gentili-equanimi apatici, vigilanti-concentrati duri alla gentilezza, ecc.

L’insieme delle qualità descritte possono ritrovarsi, al limite, soltanto in una comunità virtuosa, e non al livello individuale. Ecco perché siamo tutti insufficienti, ecco perché abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, non per umanesimo idealista, ma per presa di coscienza delle inevitabili insufficienze individuali.

L’equanimità buddista e l’astrologia

 

P.: - Torniamo all’equanimità. Nella visione buddista, si tratta di considerare tutti gli esseri in modo uguale, senza discriminazione, in modo gentile. Non si tratta “di indifferenza o di rifiuti di reazione caratteristici dell’asse Vergine-Pesci”. Non tutti i lama sono della Vergine o dei Pesci. L’equanimità viene dalla conoscenza delle emozioni, quando si capisce che gli esseri sono il prodotto di perturbazioni diverse, non  li si giudica, ma si prova compassione per loro. Questa equanimità è il frutto di una riflessione, di una comprensione della natura delle emozioni, dell’osservazione di esse. Si acquisisce considerando tutto questo con lo studio. Non è necessariamente innato. Detto questo, è possibile che anche qui certi siano più favoriti. In questo modo, le persone sensitive alle emozioni, intuitive, saranno forse in grado di smontarne i meccanismi, di integrarne le lezioni, e dunque di essere tolleranti nei confronti degli altri. Altre persone possono avere più difficoltà, e dovranno ricevere molti insegnamenti e schiaffi dalla vita per capire. L’equanimità spirituale non nega dunque la diversità dei comportamenti. E’ capace di capirli, anzi, ma non ci si attacca. L’equanimità fa sì che non ci si arrabbi con una persona di cui si sa che è in balia  di forze, di emozioni. Questo riguarda la psicologia. E’ semplicemente essere adulti e maturi nei confronti delle proprie emozioni. Quando qualcuno ha una malattia, non lo si rimprovera per questo. E’ la stessa cosa con i problemi emotivi, quando qualcuno è aggressivo o geloso, ecc., non lo rimproveriamo, perché si capisce che soffre.

R.P.: - Niente da dire su questo. Credo che questa volta, hai perfettamente fatto capire in che cosa consiste l’equanimità spirituale del buddismo. Non è affatto incompatibile con la diversità dei comportamenti che constata e studia l’astrologia naturale.

 

Dalla diversità al risveglio

 

P.: - La diversità! E’ veramente il tuo cavallo di battaglia! Hai forse paura che questo rimetta in causa le fondamenta dell’astrologia, che ha come obiettivo di mettere in serie, di classificare, di descrivere i diversi comportamenti. Io non posso. Tutti questi comportamenti, queste inclinazioni, queste strutture psicologiche sono vie verso il risveglio. Non sono negati dal buddismo ma, al contrario, vengono integrati, osservati senza giudizio e superati. Questo è importante. La vita si riassumerebbe per te in una diversità degli esseri, ad una specie di possibilità infinita di essere, un grande gioco, senza scopo…

 

R.P.: - La diversità dei comportamenti e delle aspirazioni è per me un fatto inevitabile, e non un cavallo da battaglia. E credimi, non è qualche sentenza buddista che potrebbe “rimettere in causa le fondamenta dell’astrologia”. Se i buddisti affermassero che non esiste nessuna differenza di comportamento tra gli individui, riterrei semplicemente che il buddismo racconta qualsiasi cosa. Non è il caso. Tu stessa mi hai fatto conoscere questa sentenza buddista secondo cui “La varietà del karma fa la varietà degli esseri”(Karma Satâ Kasutra). Il Cristo diceva, “Ci sono mille dimore nella casa di mio Padre.” Traduzione in buddista: “ci sono mille vie verso il risveglio spirituale”, in funzione, tra l’altro, delle configurazioni planetarie e zodiacali al momento della nascita. Ed infine, perché la vita, nell’immensa diversità delle sue manifestazioni, non sarebbe un grande gioco senza scopo in un cosmo organizzato? Su questo piano metafisico, l’astrologia non ha nessuna risposa da dare.

 

P.: - Si può effettivamente constatare questa diversità, è una tappa, sono d’accordo. Come ci si può meravigliare della diversità delle specie animali o vegetali e vederci la grandezza della creazione, ci sono sentimenti che tutti risentono. Ma constatato questo, ho interrogato la vita più avanti, ho chiesto maggiori significati e mi sono posta le domande fondamentali: la morte? la violenza? la sofferenza? Perché tutto ciò? E’ inevitabile? Tutti questi comportamenti specifici sono altrettanti stati di coscienza, altrettanti karma, passioni, proiezioni mentali. Questo è quello che vedo, che capisco. L’astrologia non fa che descriverli e questo ha una sua utilità, questa è stata l’utilità nel mio cammino per aiutarmi ad accettarmi come sono. Ma bisogna superare questa tappa e trarne le lezioni, e questo si fa con una coscienza sempre maggiore delle cose.

 

R.P.: - L’astrologia, ancora una volta, non ha nessuna risposta a questo genere di domanda. Voglio soltanto sottolineare che non si tratta soltanto di “stasti di coscienza” o di “proiezioni mentali”, ma anche di profonde strutturazioni astro-psicologiche, preghiere o buone intenzioni, anche buddiste. Per quanto riguarda il rapporto tra l’astrologia, il karma e la reincarnazione, ricordiamo en passant che l’astrologia “karmica” è semplicemente una truffa intellettuale e spirituale. Bisogna essere pazzi per pensare ed insegnare che le retrogradazioni planetarie esprimono le vite anteriori. Un tema non dice niente della dimensione spirituale di un essere, né  delle sue incarnazioni passate o future – del resto completamente ipotetiche. Jean-Pierre Nicola ha fatto il punto su questo nel suo articolo “Astrologie tragi-karmique” (Anthologie astrologique 1980-1986, Editions COMAC). Ma passiamo…

 

P.: - Se, per te, questa grande diversità, questo grande gioco, questa semplice interazione di esseri, questa espansione della vita in tutti i sensi, è semplicemente la vita,  che non c’è niente da cercare aldilà di questo ma semplicemente bisogna essere lì e vivere senza cercare più avanti, perché no, è la tua verità. Ma io chiedo di più, chiedo più coscienza, più controllo, più serenità. Il buddismo mi offre tutto questo.

 

R.P.: - Quale essere umano sensato non vorrebbe, per sé stesso e per i suoi simili, “più coscienza, più controllo, più serenità”? Il saggio domina gli astri… che lo strutturano e danno alla sua saggezza il suo scheletro e lo inscrivono nel tempo ciclico. Una saggezza che non ha radici profonde nel cosmo è soltanto un discorso e, en passant, il buddismo non ha il monopolio su più coscienza, controllo e serenità. Ma è perfetto per te se il buddismo dà un senso ed una finalità alla tua vita!

 

Liberarsi dall’astrologia?

 

P.: - Credo che ad un certo livello di coscienza, non si è più dipendenti dall’astrologia, quando si è aldilà di tutto ciò che descrive l’astrologia: le diverse emozioni, le diverse strutture affettive, mentali, spirituali, quando si è aldilà di tutto ciò, quando ci si è liberati di tutti i condizionamenti, non si è più soggetti alle stesse regole degli altri. Al limite, certe caratteristiche fisiche, certe attitudini saranno là, ma in modo molto leggero, un po’ come un profumo, una colorazione, senza rimanerci attaccati. Infine, questa è un’ipotesi…

 

R.P.: - Infatti, è soltanto un’ipotesi, che chiede ad essere verificata, e questa verifica non è affatto evidente. Posso dunque risponderti soltanto con un “perché no” totalmente aperto. Tutto questo pone il problema della psicologia degli stati detti “mistici”. Torniamo dunque a U.G. Nel suo libro Le mental est un mythe (Ed. Les deux Océans-Parigi), scrive, rispondendo alle persone che gli ponevano delle domande sull’astrologia: “Non c’è una persona, né spazio interiore dove creare un sé. Ciò che rimane, quando la continuità del pensiero è spazzato via, è sconnesso, indipendente, con una serie di interazioni. Ciò che succede nel mio ambiente passa in me senza separazione. Quando la corazza da voi indossata viene strappata, scoprite una straordinaria sensibilità dei vostri sensi che corrisponde ai movimenti degli altri pianeti.”    Credo comunque che a questo livello commetti fai confusione tra il discorso astrologico e l’influenza astrale. L’astrologia in quanto scienza si sforza di rappresentare, con l’aiuto di teorie, concetti e metodi, per quali modalità i ritmi, i cicli e le strutture del sistema solare agiscono realmente sulla nostra globalità corpo-animo-spirito. In questo senso, l’astrologia è un prodotto come un altro del pensiero, del mentale, un frutto della cerebralità, una costruzione intellettuale. Da una parte, ci sono le influenze astrali che esistono da sole e fanno a meno delle nostre parole, teorie e commenti. L’eliotropo, il girasole, non costruisce nessuna teoria intellettuale che rende conto dell’influenza dell’alternanza giorno-notte nei suoi processi fisico-biologici. Eppure, gira… Lo stesso per noi umani, eliotropi a due piedi e con la corteccia associativa: non c’è bisogno dell’astrologia, non c’è bisogno del discorso astrologico e della mentalizzazione che rappresenta perché siamo intrisi di cicli e ritmi cosmo-tellurici. Questo si fa naturalmente, a nostra insaputa, nella nostra autentica incoscienza, nel piano impercettibile dove le forze sottili della gravità entrano in risonanza con i nostri organismi vivi, che si creda o no al discorso astrologico, che si sia astrologhi o no.

Un individuo che si colloca aldilà del mentale può perfettamente liberarsi da tutti i discorsi cerebro-scientifici sull’astrologia o altra cosa. Mi è già successo di dire agli allievi o a persone che seguono l’astrologia, troppo rinchiusi in un discorso astrologico che diventa il loro unico orizzonte mentale, che farebbero meglio a dare aria ai loro neuroni e dimenticare il discorso astrologico (in generale astro-tradizionalista) che avvelena la loro esistenza popolando la mente di idee false sul carattere dei rapporti tra la specie umana e il suo ambiente sole-planetario. Se il discorso astrologico è soltanto una mentalizzazione di più che costituisce uno schermo tra l’uomo sulla Terra e la natura universale, mettiamo il discorso astrologico nella pattumiera della storia… ma nello stesso tempo con tutte le mentalizzazioni e teorie esistenti, scientifiche, artistiche o religiose che fanno anche loro funzione di schermo mentale-culturale. Insomma, si può rifiutare il discorso astrologico per buone o cattive ragioni, questo non impedirà al fatto astrologico di continuare ad esistere come un fiore, un albero, una nuvola, una stella, il DNA, la velocità della cicatrizzazione oppure il ciclo diurno-notturno.

 

Il tema è una limitazione?

 

P.: - Puoi essere sicuro che l’essere risvegliato mantenga le limitazioni del suo tema astrale? E’ permesso dubitarne…

 

R.P.: - Il tema di nascita non è un fattore di “limitazione”, come persisti a pensare o a credere. Facciamo un’analogia: il tuo scheletro, a condizione che sia intatto e ben mantenuto, è una limitazione per te? No, anzi, è lo strumento della tua libertà di movimento nello spazio e il tuo scheletro non somiglia esattamente ad un altro. Il tema di nascita costituisce l’ossatura essenziale della nostra psiche. Dal più alto livello (spirituale? supra-emotivo o supra-mentale?) al più basso (materiale? animale?), ci esprimiamo, esprimiamo il nostro essere-al-mondo attraverso lui, attraverso la rete di interazione dei pianeti, Segni, aspetti e transiti (lo scheletro vivo è una rete di interazioni dinamiche tra le ossa). personalmente, non avendo una mentalità da mollusco, non considero il mio scheletro una limitazione ma come una proposta di funzionamento dinamico, che abito come voglio e come posso. Certo, tutti gli scheletri non permettono la stessa libertà di movimento, ci sono quelli che hanno una forte struttura ossea e quelli con le osse deboli. E’ soltatno una questione di differenza e non di limitazione. Oppure, se continui il tuo ragionamento sull’oroscopo limitativo, ogni differenza è una limitazione? Non sta in piedi. Lo stesso tema può essere vissuto da  un bruto alcolizzato serbo-croato o da un santo. Dove sta il limite? Non nel tema.

 

P.: - Le parole che utilizziamo sono come i paesaggi, e siccome abbiamo ciascuno i propri paesaggi, credo di inviarti una fotografia nitida del mio universo interiore, ma dimentico che gli avvenimenti che compongono una fotografia sono codificati. La tua risposta, la tua fotografia, mi provano oggi che c’è un lavoro di decodificazione da fare. Il nostro scambio attuale entra nel dominio della filosofia e della metafisica.

 

R.P.: - Il nostro scambio non rileva del dominio della filosofia o della metafisica. Tengo a ricordare che l’astrologia è della partita. Il nostro scambio pone piuttosto le due domande seguenti: In quale misura l’astrologia interferisce con la filosofia, la spiritualità e la metafisica? In quale misura l’astrologia è in sé portatrice di una filosofia, di una spiritualità, di una metafisica “selvatiche”? Vasta domanda…

 

P.: - Ho studiato un po’ di metafisica con un dottore in ontologia. E, seguendo le sue riflessioni, non credo che ci sia un universo obiettivo, ma un’infinità di possibilità di vedere un universo.

 

R.P.: - Non esiste una contraddizione tra le due proposte: ci può essere un universo obiettivo (di cui fanno parte il sistema solare e quindi le influenze astrologiche) e molteplici modi soggettivi di percepire e concepire questo universo obiettivo… cioè molteplici modi di vivere soggettivamente lo stesso tema.

 

P.: - Forse ad un livello molto alto esiste un modo per vedere obiettivamente, ma non ho lo stato di coscienza sufficiente per percepirlo.

 

R.P.: - Ti assicuro neppure io, ma ci provo…


[i] Atlas de la philosophie, Edition France-Loisirs.

[ii] Ibid.

[iii] Ibid.

[iv] Per U.G., “stato naturale” = “illuminazione” “risveglio” ecc.

[v] Rencontres avec un éveillé contestataire, op. cit.

[vi] ibid.

[vii] ibid.

[viii] Vedi articolo sulla funzione lunare in questo numero.

[ix] Vedi da p. 325 a 341 del Manuel d’astrologie universelle.

[x] Vedi la prima parte di questa conversazione nel Fil d’ARIANA n. 6.