orso nero e luna

Sarebbe altresì allegoria delle forze elementari suscettibili di miglioramenti graduali, ma anche d’improvvise regressioni. Il suo colore è il nero, tipico della "materia prima" alchemica.

Ciononostante, come tutti i grossi animali feroci, l'orso fa parte della simbologia ctonia. Lunare e notturno esso, pur derivante dai luoghi interni della Terra Madre, e pertanto  incontrollabile per sua stessa natura, può essere altresì addomesticato, imbrigliato nelle sue forme comportamentali.

Sotto tale profilo alchemico, il simbolismo dell'orso, connesso all'animo umano e ai suoi  tenebrosi meandri, risulta essere alquanto evidente.

La facilità di domare l'animale fu tradizionalmente sottolineata anche dal simbolismo stesso della sostanza di cui è particolarmente ghiotto, il miele.

     

Questa sostanza, in seno alle tradizioni sapienziali, fu generalmente considerata il cibo preferito dagli dèi o dai santi. Fu considerato soprattutto un nutrimento spirituale in quasi tutti i culti europei. Anche in seno all'ebraismo si ricorda che "... la vergine concepirà un figlio che partorirà e che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà miele finché non imparerà a gettare indietro il male e a scegliere il bene" (Isaia VII, 14-15).

Secondo Dionigi l’Aeropagita, il miele è paragonabile agli insegnamenti divini giacché hanno tutti la proprietà di purificare e di conservare la conoscenza suprema.

Nella liturgia cultuale greca, il miele era un simbolo di protezione ma, soprattutto, di pacificazione. Così che simbolicamente l'orso, cercando di cibarsi di miele, opera in se stesso un'opera d’asservimento agli ideali più alti della pacifica convivenza tra gli uomini.

In tal senso l'orso, mediante il nutrimento del miele, diventa allegoria della saggezza sempre foriera di pace e d’elevazione spirituale. Nelle tradizioni d'area celtica, il miele venne esaltato quale principio fecondatore, sorgente di vita e di fecondità. Fu considerato il cibo preferito dagli dèi, ed unito al vino e all'acqua avrebbe costituito la bevanda preferita di Odino-Wothan,  l'idromele.

L'eroe Kohamar, così si rivolge al dio aso Baldr (Baldur) in un anonimo poema norvegese del VI secolo:

"... come le api fabbricatrici di succo/ versano succo nel succo/ così in me si rafforzi la luce/ Come le mosche si bagnano nel miele/ così nel mio essere la forza e l'acutezza/ il vigore e la possanza siano affermati/ O signore dello splendore/ spandi su di me il succo delle api ..."

Il simbolismo e il culto dell'orso sono ampliamente riscontrabili anche tra gli antichi popoli dell'America del Nord. Gli sciamani delle tribù Sioux, ad esempio, nei loro canti sostenevano che l'orso si sarebbe ricordato di tutto, sarebbe stato "l'orecchio (memoria) della Terra". Sotto tale aspetto, l'orso fu considerato uno dei tanti spiriti naturali aleggianti tra gli alberi delle foreste.

Probabilmente per questa sua mitica caratteristica, essi non lo nominavano direttamente, ma lo indicavano con affettuosi soprannomi: "nonno", "zio" e "fratello maggiore", oppure "grande vecchio", "vecchio nero" e "comandante della foresta".

Gli indiani Uroni, invece, consideravano l'orso un animale particolarmente influente nella magia naturale. Grandissima importanza nelle operazioni magiche era, infatti, attribuita a parti del suo corpo come le zampe, gli artigli e i denti. Il suo osso scapolare, infisso all'ingresso d’ogni kepì, era creduto un potentissimo talismano contro gli spiriti maligni.

Per gli "uomini di medicina" del popolo degli Algolki era fatto obbligo vestirsi soltanto delle pelli degli orsi. Era loro credenza, infatti, che solo con questi primitivi indumenti essi avrebbero potuto curare le malattie e ottenere il favore degli spiriti della natura.

Per gli indiani Seminole, i denti e gli artigli triturati dell'orso avrebbero prevenuto e curato le infezioni intestinali del bestiame, mentre tra i Moehacan portare sulle spalle la carcassa dell’orso, sarebbe stata garanzia di un'ottima caccia.

Presso gli indiani Pueblos, era tradizione dedicare un focolare allo "spirito dell'orso", dove le donne dovevano spandere acqua a conclusione di riti magici propiziatori a favore della caccia o degli scontri armati con le tribù nemiche.

Presso il popolo Navajo lo spirito dell'orso era invocato come testimone di giuramenti solenni. In più iscrizioni rupestri sono leggibili queste frasi: "che la tempesta magica dell'orso mi divori se non manterrò il patto", oppure: "che lo spirito dell'orso sia testimone che non sono colpevole". Il dato curioso è che simile attribuzione ursina era conosciuta anche presso i popoli tartari dell'Altai.

 

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