|
Secondo James Frazer l’aquila bicipite sarebbe
un simbolo d’origine ittita, ripreso nel primo Medioevo
dai Turchi Selgiuchidi, a sua volta ripreso dagli
eserciti europei durante le crociate in Medioriente
e trasmesso alla simbologia militare imperiale dalle
popolazioni slave e germaniche.
Secondo l’ottica psicanalitica, la figura dell’aquila
rappresenta la paternità, la virilità
ed anche il collettivismo.

Carl Gustav Jung vide nell’aquila un simbolo di
protezione e di laboriosità dell’uomo verso
il proprio nucleo familiare.
Lo studioso d’antropologia applicata alla psicologia
e profondo conoscitore delle tradizioni religiose
dei nativi del Nord America, Hartley B. Alexander,
nel suo libro “I fondamenti del rito”, ha sostenuto
che l’aquila sia uno dei maggiori simboli-totem delle
arcaiche società patriarcali composte da cacciatori
nomadi, guerrieri o esploratori.
La stilizzazione grafica delle ali distese in
volo dell’aquila, ha scritto Alexander, avrebbe portato
alla raffigurazione della croce in tempi posteriori,
ed avrebbe assunto la valenza di simbolo della terra
in genere e della fertilità del suolo.

Ed ora, dopo avervi indicato di questo stupendo
rapace alcune note naturalistiche, nonché
molti espressioni che fanno parte del mondo simbolico
e mitologico, vi offro, una breve favola nordica
quella di Kalevala.
“Nel tempo più lontano che ci sia,
quando non era apparso ancora il sole, né
la luna, né le stelle, né la terra,
quando insomma non c'era che l'aria, immensa, infinita,
e al di sotto di lei non c'era che il mare, infinito
anch'esso ed immenso, la bella Fata della Natura,
la figlia dell'aria, si stancò di tanta monotonia.
Scese giù dalla sua casa tutta azzurra e incominciò
a vagare sul mare, sfiorando con i piedi l'acqua
chiara giocava con la spuma e con gli spruzzi salsi,
scivolava sulle creste dei marosi e intrecciava corone
d’alghe per la sua testa bionda.
Ma poi anche di questo si stancò; si adagiò
quindi sulle onde, poggiò il capo sulla spuma
bianca e lasciò che i capelli si sciogliessero
e galleggiassero tutt'intorno al suo viso. Un dolce
sonno la prese, mentre il mare la cullava e la trasportava
lievemente di qua, di là, piano piano, senza
svegliarla. Quand'ecco un'aquila enorme apparve nel
cielo, venuta di chissà dove, da quali misteriosi
confini dell'aria.
Era stanca, cercava un luogo dove posarsi; agitava
le ali, spossata; e a quel battito di penne la dea
si svegliò.
Aprì i grandi occhi azzurri, sollevò
lentamente un ginocchio fuori dalle acque e l'aquila
discese, squassando le pesanti ali in un ultimo sforzo
e vi si posò. A lungo la Fata e l'aquila furono
sballottate dalle onde. Sul ginocchio della dea l'uccello
fece il suo nido, e vi depose sei uova d'oro e un
uovo di ferro, e le covò. Al quarto giorno
il calore delle uova divenne così forte che
la dea non poté più sopportato. Si
mosse di colpo ed ecco che le uova rotolarono le
une contro le altre e s'infransero. L'aquila con
un grido distese le larghe ali e s'innalzò
nell'aria, ma una cosa meravigliosa accadde allora
nell'infinito universo.
Il guscio delle uova d'oro s’ingrandì,
si distese, formò la volta del cielo e la
superficie ricurva della terra: i rossi tuorli formarono
gli astri, il sole, la luna, le stelle; i piccoli
frammenti neri dell'uovo di ferro si convertirono
in nubi e corsero rapide sui mari. E il mondo sorse
così, per caso, mentre la dea risplendeva
nell'immensità del creato. Poi essa si
sollevò dalle acque, toccò con le agili
dita la terra molle e formò i seni e le baie,
calcò con i piedi il suolo d'argilla e formò
i monti e le valli, si adagiò al sole e con
le braccia distese formò le vaste pianure.
E là, dove la dea aveva posato il capo,
i capelli grondanti formarono laghi e fiumi e cascate
d'argento. E dove la Fata aveva poggiato i piedi
divini, sorse una ghirlanda d’isole brune.
Così nacque la Finlandia, la strana terra
dai quarantamila occhi azzurri, incoronata d'isole
e di scogli.”
|