|
A questo proposito, diventano di facile
interpretazione certe immagini proprie dell’iconografia
delle popolazioni del Nord Europa in altro modo incomprensibili,
nelle quali è riprodotta un’aquila che spicca
il volo dai rami dell’albero cosmico rovesciato portando
tra gli artigli figure umane in preghiera.
Nella mantica degli aruspici e degli indovini
italico-etruschi, l’aquila divenne un segno di prosperità
e di favori divini. Lo stesso significato fu presente
anche nelle tradizioni del Galles e dell’Irlanda
meridionale.
In particolare, nel testo di un racconto anonimo
irlandese sugli “antenati del mondo” dedicato all’eroe
Tuan MacCairrill, l’aquila è narrata come
un animale fausto per l’uomo al pari del cervo, del
merlo e del salmone. Con lo stesso significato la
si ritrova nei racconti irlandesi di “Mabinogi di
Kulhwch e Olwen” e “Mabinogi di Math”, nei quali
l’uccello è il latore presso gli uomini dei
messaggi propizi delle divinità.
Nelle arti divinatorie degli àuguri romani,
il volo delle aquile erano interpretati per conoscere
gli umori e le decisioni degli dèi nei confronti
degli uomini o verso particolari circostanze sociali. Nondimeno
in Roma l’aquila, come similmente il corvo nella
civiltà germanica e nella mitologia celtica
in genere, fu considerata come messaggera delle volontà
divine.
Tuttavia il simbolismo dell’aquila comporta anche
un aspetto tellurico, notturno e malvagio. Sono queste
le controparti negative d’ogni cosa visibile e non
visibile del creato.

Nel simbolismo generale di quest’uccello, i suoi
aspetti negativi sorgerebbero solamente dagli eccessi,
per meglio dire, quando le attribuzioni che resero
l’aquila un simbolo d’essenza regale, solare e divino
si capovolgono, trasformandosi nella crudeltà,
nell’orgoglio e nell’oppressione perpetrata dai tiranni.
In sostanza, nel suo lato negativo, l’aquila simboleggia
tutte le forme di perversione del potere in egual
misura.

Come animale tellurico l’aquila fu assimilata
ai felini notturni in genere, a motivo dell’acutezza
della sua vista. Questa particolarità è
ravvisabile soprattutto nella mitologia delle popolazioni
mediorientali, principalmente siriane ed egizie.
Spesso nella relativa iconografia, l’aquila fu raffigurata
con due o più teste.

L’immagine compare sovente anche nei blasoni delle
casate nobili, particolarmente ungheresi, russe e
germaniche.
Per riportare solo alcuni esempi, l’immagine compare
sullo stemma araldico della celebre famiglia Von
Krezsky dello Sleswig Holstein (Germania), di quella
degli Ortoantorff della Baviera settentrionale, di
quella boema degli Adler-Novitz. L’aquila bicipite
comparve anche sullo scudo da guerra d’alcuni componenti
degli Hoenstaufen, ed in particolare su quello dell’imperatore
Federico II di Svevia. Raffigurazioni di un’aquila
a due teste furono presenti anche in certi bassorilievi
maya e nei glossoglifi del così chiamato “Codice
Nuttal” azteco.
Si è portati a pensare che quest’aquila
sia stata la rappresentazione di una divinità
della vegetazione. Generalmente tuttavia, la figura
dell’aquila a più teste è tipica dell’araldica
imperiale. La duplicazione delle teste esprimerebbe,
più che la dualità del concetto classico
dell’impero (potere temporale e spirituale insieme),
la molteplicità dei territori sui quali si
estenderebbe l’impero. Nello stesso tempo, la pluralità
delle teste farebbe da rafforzativo del simbolismo
specifico originario, come fu peraltro nel caso dell’iconografia
zoomorfa medievale, nella quale la figura di più
animali in un medesimo contesto artistico fu voluta
per sottolineare l’apice massimo delle valenze simboleggiate.
|