aquila rapace

 L’aquila che, secondo le leggende, sarebbe stata capace di fissare la luce del sole, divenne aforisma della percezione diretta della conoscenza del divino da parte dell’intelletto umano.

Per estensione concettuale è ritenuta anche simbolo della contemplazione e dell’estasi nel cristianesimo primitivo. Si spiega in tal modo l’attribuzione dell’uccello a Giovanni Evangelista ed al suo Vangelo.

In alcune opere d’arte del primo Medioevo, è visibile l’identificazione dell’aquila con lo stesso Cristo del quale ne rappresentò anche l’ascensione al cielo e, quindi, la regalità suprema. Secondo tale interpretazione, tutto ciò sarebbe una trasposizione del simbolo romano dell’Impero, emblema che sarà in seguito assunto dai sovrani del Sacro Romano Impero.

I mistici medievali indulsero sul concetto d’aquila per evocare la visione di Dio, paragonando la loro preghiera alle ali dell’uccello regale.

Proseguendo nell’osservazione, vediamo che nel Medioevo l’aquila fu equiparata al leone.

Nell’iconografia del periodo, le sommità delle colonne, gli obelischi furono spesso sormontati dall’immagine di un’aquila, a significare la potenza spirituale più elevata, la sovranità e l’eroismo e, in generale, ogni virtù trascendente; la figura infatti fu costantemente identificata  con il simbolismo dell’ascesa spirituale, di una comunicazione della terra con il cielo. Non a caso gli angeli avrebbero avuto le ali delle aquile; in certe leggende anzi, i divini messaggeri e le aquile, furono identificati in un processo di scambio reciproco di ruoli.

capitello con aquila

Per esempio, nell’“Apocalisse” di Giovanni si legge, a proposito dell’aspetto del quarto angelo, che sarebbe stato come “un’aquila in pieno volo.”

Il testo dello Pseudo Dionigi, assai seguito dalla Scolastica religiosa del Medioevo, riportava che “…la figura dell’aquila indica la regalità angelica, la tensione degli angeli verso le cime divine (…) il vigore dello sguardo verso la contemplazione di Dio, del sole che moltiplica i suoi raggi nello spirito …”
I Salmi fecero dell’aquila un emblema di rigenerazione spirituale, al pari della figura della fenice. A dire il vero tutte le tradizioni mediterranee conferirono all’uccello il potere della rigenerazione fisica e spirituale.

Un racconto diffuso nei territori greci del Peloponneso, affermava che l’aquila sia stato l’unico uccello capace di volare dal mondo materiale a quello soprannaturale.  Esso avrebbe divorato il corpo degli eroi moribondi per rifarne il corpo nel proprio ventre prima di rimetterli di nuovo nel mondo. Fu questa l’elaborazione mitica della credenza arcaica che l’aquila potesse condurre le anime dei defunti nei “Campi Elisi”, il paradiso della mitologia greca e, dato che la rigenerazione sotto certi aspetti ebbe anche la valenza d’illuminazione interiore, fu considerata anche un simbolo alchemico ed iniziatico. In alchimia sta a significare soprattutto il passaggio della “materia primordiale” attraverso il fuoco e l’acqua.

Secondo il punto di vista iniziatico, invece, essa è l’immagine viva della sovranità e del sacerdozio nelle loro accezioni di “unificatori dei ruoli” (cfr. la dottrina romano-italica del “re-sacerdote”).

La figura dell’aquila fu presente anche nella prassi delle arti divinatorie degli sciamani, degli aruspici e degli indovini.

Secondo il punto di vista sciamanico è uno dei simboli della forza uranica, e fu usato nelle forme della magia cosiddetta “simpatica” per propiziare “il volo” dello sciamano verso altre dimensioni della realtà e il viaggio dello stesso nei recessi dell’Oltretomba.

Si legge in un poema estone del XIV secolo: “ … lo sciamano danza a lungo/ cade a terra senza coscienza/ e la sua anima è innalzata al cielo/ in un carro trainato dalle aquile …”

 Sotto quest’aspetto, l’uccello avrebbe rivestito anche una funzione tutelare non solo verso lo sciamano, ma soprattutto nei confronti di coloro che a lui si sarebbero rivolti per aiuti soprannaturali.

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