IL LUPO
di Fernanda Nosenzo Spagnolo

Lupo selvaggio, lupo barbaro, lupo diabolico, lupo feroce, lupo eretico, queste visioni si dissolvono in ombre confuse e in istanti di profondo silenzio…
Gli animali hanno sempre stimolato l’immaginazione dell’uomo.
Il lupo (canis lupus- canis rufus)) può essere considerato, sotto tale aspetto, un animale di primo piano in quasi tutte le parti del mondo.
Ne sono prova le numerosissime leggende legate al lupo, racconti presenti nelle tradizioni magico-mitologiche di ogni civiltà o nell’immaginario di molti popoli, dal quale sono stati tratte credenze specifiche che hanno avuto come oggetto questo inquietante animale.
Generalmente, il lupo è stato simbolo di forza e di crudeltà, spesso di significato sfavorevole, in considerazione della sua ostentata aggressività verso l’uomo e le sue cose.
Tuttavia il lupo soltanto se affamato o ferito potrebbe aggredire l’uomo, com’è stato riscontrato da ricerche scientifiche, in casi peraltro estremamente sporadici nel contesto secolare d’osservazione dell’animale. Di solito, invece, il lupo ha procurato e procura danni all’allevamento del bestiame e, per tale motivo gli è stata attribuita una fama piuttosto negativa.
Ma al di là di tutto ciò, il lupo ha rispettato e rispetta, l’essenza d’ogni animale che coincide con il naturale istinto di sfamare sé e la sua prole, con la natura di predatore astuto e spietato.
Un tempo il lupo era assai diffuso in tutta l’Europa. Attualmente l’animale abita solo in alcune regioni, particolarmente in certe zone dei Monti Pirenei e della Francia Meridionale, nelle foreste dei territori dell’Est e nei Balcani.
In Italia, invece, è presente lungo la dorsale appenninica centrale, con massima concentrazione nell’Abruzzo, nel Molise, nell’Umbria e nelle Marche.
Noto è l’aspetto del lupo. La sua lunghezza complessiva è di 130-180 cm, l’altezza al garrese spesso supera gli 80. Il peso è di circa 40 Kg. in animali in forma e ben nutriti. Gli occhi hanno un taglio oblungo, sono di colore giallo-dorato e conferiscono all’animale un che di misterioso e di inquietante.
Le orecchie sono ritte e corte, il collo è possente con spalle robuste e provviste di una sorta di criniera, erettile in occasione d’eccitazione o d’attacco.
Il colore del pelame è di solito grigiastro, particolarmente scuro alla sommità del capo, sul dorso e sulla superficie esterna delle orecchie.
Non mancano, tuttavia, esemplari di colore nero o completamente bianco (lupus albinus).
Quest’ultima varietà è in genere presente nei territori montani costantemente innevati.
Il lupo può raggiungere l’età massima di 20-25 anni e, se raccolto da cucciolo, è un animale addomesticabile.
E’ un predatore naturale, caccia in gruppo di tre o quattro elementi, adottando tecniche differenti adatte alle diverse situazioni, dimostrando una “intelligenza” e una forza istintiva fuori del comune, paragonabile ai metodi di caccia usati dagli uomini primitivi.
Può aggredire animali molto più grandi, come un bovino o un cavallo, soprattutto in inverno o in occasione dello svezzamento della prole, ovvero quando la penuria di cibo lo rende più che mai feroce.
La sua tecnica di caccia, generalmente si esplica nello studiare la preda, attaccarla e ucciderla, divorarla e fuggire.
Il timore riversato per secoli sul lupo dagli uomini, è reciproco.
La paura del lupo verso l’uomo è stata ben descritta, sebbene in modo emozionante, nei racconti di Kipling.
Qui, un ragazzo adottato e svezzato da un branco di lupi, riusciva a dominare gli animali con lo sguardo, ma fuggiva alla presenza degli uomini.
Nella Grecia antica, esisteva una città, Licopodi, nella quale erano condotti i licantropi e ivi rinserrati, nella convinzione che potessero recare danno alla comunità.
La leggenda degli uomini-lupo si protrasse fino al MedioEvo, Peraltro nei paesi germanici sorse una vastissima letteratura sui cosiddetti “lupi mannari” e, nelle popolazioni latine, quella dell’uomo “versipelle”, un personaggio demoniaco provvisto sottopelle di pelo di lupo, pelo che poteva fargli assumere l’aspetto di un enorme animale. Ciononostante il lupo è rimasto nell’immaginario infantile come figura che incute timore. Ai bambini, ancor oggi è paventata la figura dell’animale come una sorta di spauracchio, figura presente nella letteratura favolistica che lo presenta come elemento negativo da evitare e, possibilmente da uccidere (cfr. “Cappuccetto Rosso”) e da esorcizzare.
E’ forse, a causa di un meccanismo mentale atavico che la figura del lupo può esercitare, su talune personalità nevrotiche, un’oscura attrattiva, le cui caratteristiche psicologiche si evidenziano in un misto continuo di aggressività, slancio, entusiasmo, forza, tenerezza, depressione, malinconia e senso di fallimento che si alternano senza sosta.
Tale sindrome è stata per secoli ritenuta opera di forze demoniache e, per questo, la figura del lupo fu associata spesso a quella del demonio. Difatti, per “licantropia” s’intende, a tutt’oggi, una forma di pazzia spesso furiosa, per cui il malato diventa preda di un desiderio irrefrenabile di urlare, di mordere, di rifugiarsi in luoghi solitari, secondo il comportamento naturale del lupo.
Animale iperboreo, il lupo incarna inoltre la luce primordiale originale, lo si ritrova infatti al centro di tutte le tradizioni nordiche, è l’animale che vede la notte, infatti i suoi occhi al buio sono luminosissimi.
Il lupo, per meglio dire il suo simbolo, è entrato a far parte delle leggende anche dei popoli del Nord Europa.
Nelle regioni siberiani esso rappresenta la fecondità. (Marte, il fallo), per i Mongoli, ad esempio, è l’antenato del conquistatore Gengis Kan.
Il lupo bianco, Fenrir fu associato, nei paesi scandinavi arcaici, al dio della vittoria Tyr, ed alla di lui runa Taiwaz. A questo dio nordico, al lupo fu attribuito anche un significato magico, giacché essendo stato incatenato dagli dei in tre occasioni – altre fonti riportano nove volte – sarebbe sempre riuscito a liberarsi dalle catene di ferro con le quali era legato.
L’ultima volta, però Odino riuscì a legare Fenrir con la catena Gleipnir fabbricata da un elfo della terra con differenti materiali.
Proseguendo nell’osservazione mitica del Lupo, osserviamo che secondo l’Astrologia Tradizionale, quest’animale è posto sotto l’influenza di Marte e di Saturno.
Altri appunti e curiosità sul lupo: in Egitto viene rappresentato sotto vesti guerriere, come Anubis, mentre in Etiopia si dice che vi sia una razza di lupi con criniera fulva che quando corrono, sembra che volino tanto sono spettacolari nella corsa. Al solstizio d’inverno il loro pelame è folto, al solstizio d’estate il loro corpo è completamente privo di pelo.
Gli Etiopi hanno chiamato questo animale theas.
Ma cerchiamo di non dimenticare il lupo, per meglio dire la lupa che allattò Romolo e Remo, fondatori di Roma, simbolo della nostra italianità.
L’ORSO

Simbolo vivente di emozioni crudeli ma anche di tenere espressioni mimiche, impavida figura di mitiche scene arcane, emblema di tornei e casate ma anche guardiano del bosco senza sentieri dove abita il Grande Spirito, lentamente avanza nei nostri pensieri…
Tra i vari animali molti sono visti come evocatori d’immagini interiori, d’idee archetipali, d’emozioni e d’intuizioni.
Per conoscere le caratteristiche sacrali ed anche imprevedibili di alcuni, da noi accolti come totem personali, avviciniamoci a loro con rispetto.
Ecco, silenziosamente è entrato nel nostro parco zoo l’orso e chiede di essere presentato.
Devo dire che mi è sempre piaciuto l’orso, piccolo o grande, vivo, di cristallo o di morbida peluche, insomma orso! Ancor oggi in un gran cesto conservo molti orsacchiotti che via via sono entrati nella mia vita e che mi rammentano fatti, episodi ed anche persone.
Volendo approfondire la sua conoscenza ho sfogliato diversi libri e così ho conosciuto molti orsi: l’orso bruno, l’orso grizzly, terribile e carnivoro, l’orso nero, ed altri tra cui anche lo Spirit ben, grande orso dal manto bianco che vive libero nelle immense foreste del Grande Orso in Columbia Britannica (Canadà) e l’Orso polare il cui ambiente naturale è il gelido Polo Nord dove sulla neve eterna gioca e ruzzola felice.
Ma dalle nostre parti, vagando nei boschi in Slovenia, nel Parco Adamello Brenta o nel Parco degli Abruzzi inaspettatamente possiamo correre il rischio di un incontro ravvicinato proprio con un orso bruno vegetariano. un pò per scelta e un pò per necessità, a caccia di miele.
Più difficile è invece vedere un orso malese o cinese anche per la caccia spietata che gli fanno gli abitanti di questi luoghi che vendono a peso d’oro gli artigli, le zampe, i denti, la pelliccia e… la bile di questo povero animale che viene utilizzata per farne pillole curative che potrebbero benissimo essere sostituite con prodotti sintetici.
Sorte crudele! e sofferenze inflitte riflesse nei loro occhi supplici.
Attimi d’avvilimento e di tristezza, di sfiducia nel genere umano e di riflessione che dovrebbero servire ad avvicinarci al mondo della natura e degli elementi con più amore.
Ma per far ciò, è detto, bisogna saper ascoltare e percepire gli spiriti dei boschi ed avere una sensibilità particolare che viene soprattutto dall’umiltà.
Bando alla malinconia e torniamo nella Foresta concentrato di forze vive, dì energia selvaggia, dove tutto vibra di colori e di odori e riprendiamo la nostra dissertazione sull’orso…
La scienza zoologica identifica nell'orso un mammifero onnivoro appartenente alla famiglia degli ursidi diffuso in Europa, in America e in Asia.
Suddiviso in varie specie, otto per la precisione, l'orso possiede una testa e un tronco - quest'ultimo lungo da uno e mezzo ai tre metri - massicci, una coda piccola e quasi invisibile, un mantello lungo e folto, zampe possenti dotate ciascuna di cinque dita armate di grossi artigli. Vive isolato o in piccoli gruppi negli ambienti più vari, dalle zone forestali calde alle regioni polari, e nei mesi più freddi cade in letargo.
Questo dice la scienza. Ma un test psicologico, assai di moda negli anni '80, forniva una serie d’identificazioni e di valutazioni circa la figura di alcuni animali che, secondo una certa corrente di studi sulla psiche umana, avrebbero rappresentato i moti interiori dell'animo.
In tal senso, l'orso veniva equiparato alla componente emotiva ed irrazionale dell'animo umano e, unitamente al lupo, anche alle sue sensazioni nei confronti di tutto ciò che compete la sfera dell'occulto.
Per tale valenza psicologica, ma soprattutto per la nutrita serie di tradizioni mitiche peculiari di molte popolazioni d'Europa, l'orso è a ragione considerato un animale che fa parte del simbolismo magico universale.
Sotto tale aspetto principalmente lo esamineremo.
Prima di tutto però, c'è da riferire che la figura dell'orso, come allegoria di particolari caratterizzazioni etiche o comportamentali, compare negli stemmi di molte famiglie nobili europee, principalmente d’area germanica e anglosassone.
Nondimeno l'orso è il simbolo stesso della città di Berlino, la quale trae dall'animale la sua antica etimologia.
L'immagine dell'orso appare tra l'altro nei blasoni cittadini di Morghauser, di Frist, di Bohenmehin in Germania, e di Covertown, d’Artstedt e di Followart in Inghilterra.
Il simbolismo dell'orso più accentuato è riscontrabile in seno alle popolazioni celtiche irlandesi e gallesi. E' un simbolismo composito e complesso, in gran parte associato alla saga di re Artù da un lato, e dall'altro ai miti scandinavi dei Berserkr.
Tra l'altro, il nome del mitico sovrano della Cambria, Artù, prende etimo da quello gaelico dell'orso "art" e "aerth", in lingua bretone "arzh" - e i Berserkr da quello nordico-germanico "bear", oppure dall'antico "beir" e dell'antichissimo "birkr" norvegese.
Nei miti dei Berserkr furono presi in considerazione i "furori sovrannaturali", magico-estatici, se vogliamo, dei guerrieri scandinavi prima, e germanici poi.
Questi combattenti sarebbero caduti, come narrano i poemi epici composti dal primo secolo avanti Cristo fino al III secolo, in una sorta di trance ipnotico grazie ad un processo d’identificazione o d’incorporazione nell’essenza animalesca dell'orso.
Il loro sarebbe stato un modo d’essere dimensionale superumano tragico e violento.
In questa condizione, i guerrieri-orso di sarebbero lanciati contro i nemici.
La battaglia si sarebbe svolta "... senza comparazione di forza tra coloro che cadevano feriti e gli eroi divini divenuti ormai orsi". (Behow. V,17-18).
Nella trasformazione in animale era implicito il passaggio dallo stato umano a quello semi-divino. Sotto questo profilo, l'orso fu considerato elemento vivo di metamorfosi verso uno stato superiore d’identità.
Un elemento magico-spirituale questo, che trovava similitudine nel concetto di licantropia, ovvero della metamorfosi dell'uomo in lupo, durante la quale l'essere umano prende la forma del "signore dei boschi".
Ma, mentre in questo caso la trasformazione è fisico-esistenziale, i guerrieri Berserkr si tramutano, invece, soltanto sotto il profilo spirituale-dimensionale, diventando orsi senza assumerne la sembianza.
La magia dell'orso nell'ambito delle tradizioni irlandesi e britanniche riveste valenze simboliche meno peculiari e più estese, tuttavia sempre connesse alla furia bellica -qui ritorna, per certi versi, la valenza psicologica ursina della irrazionalità e dell’emotività - e agli uomini d'arme.
Un'esempio illuminante in tal senso è, come si è già accennato, il re guerriero Artù, che secondo gli innumerevoli racconti che lo riguardarono, trovò non impeto, ma saggezza attraverso l'analisi introspettiva del proprio animo (cfr. il binomio Art-hur - Mer- el - Lainn).
Nelle tradizioni anglosassoni l'orso simboleggia la classe guerriera e i clan militari, sempre contrapposti alla casta sacerdotale, a sua volta rappresentata dalla figura del cinghiale.
Elementi, questi, messi in forte risalto dai poemi gaelici compresi nella saga del cosìddetto "Mathgen" (IV-V secolo dopo Cristo). Qui gli eroi guerrieri - tra i quali spiccano le gesta di un re guerriero che ricorda la figura di re Artù - danno la caccia al cinghiale bianco Twrch-Trwyrh e alla sua prole.
Nel racconto gallese "Kulhwch eh Olwen", alla caccia segue una lotta a corpo a corpo tra l'eroe del racconto e il cinghiale, una battaglia che dura nove giorni e nove notti, allegoria dei novanta anni che furono necessari per sottomettere la casta druidica (sacerdotale) gallese al potere dei sovrani locali.
Nel racconto irlandese intitolato "Morte dei figli di Tuireann" del VI secolo, un orso uccide a morsi il cinghiale Chiaenn, sotto le cui sembianze si era nascosto il padre del dio Lug, semi-divinità considerato il capostipite della classe druidico-sacerdotale delle regioni nord-occidentali d'Irlanda (Ulster).
Una dea ursina, chiamata Artio, è presente anche nella mitologia dell'Europa continentale, particolarmente dei territori fiamminghi.
Artio è una dea guerriera, adorata dai clan matriarcali che, successivamente, diedero adito ai racconti sulle mitiche amazzoni nordeuropee.
Una divinità dalle identiche attribuzioni, di nome Artemis, fu onorata dalle popolazioni stanziate nei pressi di Berna, altra città che etimologicamente si rapporta alla figura dell'orso.
L'accostamento della figura dell'orso alle vetero-deità femminili, consente di scrutare un ulteriore aspetto della simbologia dell'animale. Una valenza meno nota, ma di gran lunga più interessante e più attinente alla magia delle espressioni mitologiche delle tradizioni nordeuropee in genere.
Infatti, nella mitologia mediterranea l'orso è associato alla figura della dea Artemide, divinità lunare e notturna.
Peraltro l'orso è la sembianza assunta dalla dea nei racconti delle sue apparizioni agli uomini.
In tal senso l'orso incarna una delle due facce della dialettica connessa ai miti lunari: esso rappresenta il carnefice o la vittima, il sacrificante o il sacrificato.
L'orso è presente anche nel mito di Atalanta, la vergine semi-divina che sfidava i giovani nella corsa. La fanciulla, secondo la leggenda, sarebbe stata nutrita e allevata da un'orsa in costante lotta con il cinghiale Calidone.
L'orso simboleggia altresì l'aspetto mostruoso e crudele delle divinità femminili-ctonie. In tal senso il grande psicanalista Carl Gustav Jung, rifacendosi alla mitologia greca, identificò nella figura dell'orso l'aspetto più pericoloso dell'inconscio umano.
Anche nelle popolazioni siberiane l'orso è associato alla luna, o meglio alla divinità lunare chiamata Shianciuck, giacchè l'animale scompare in inverno e riappare il primavera: questo mostrerebbe i suoi legami con la riproduzione dei vegetali, a sua volta connessa intimamente ai cicli lunari.
Tra le popolazioni siberiane arcaiche, l'orso fu considerato anche come l'antenato della specie umana: Infatti, secondo certe credenze, l'uomo avrebbe una vita simile a quella della luna. Poiché tale, egli non avrebbe potuto essere stato creato che dalla medesima sostanza lunare, o da uno stesso atto magico connesso all'astro.
Nella cultura magico-religiosa italica, precisamente latino-sabellica, all'orso fu attribuita una valenza tellurica e sotterranea.
Esso simboleggiava "il respiro della terra" che emanava e si manifestava nelle caverne.
Fu altresì espressione dell'oscurità, delle tenebre, delle forze misteriose che provengono dal buio. In tal senso, un’antichissima filastrocca diffusa fino al Medioevo nei territori reatini, esortava il bambino dormiente a non temere le tenebre, giacché un orso avrebbe vegliato sul suo sonno e avrebbe cacciato ogni larva che avrebbe potuto possedere il suo corpo.
Tale nenia s’inquadrava anche in quel complesso di credenze italiche, popolari e magiche, che considerava sostanzialmente l'orso un animale protettore degli esseri di tenera età - compreso il bestiame in genere - e "iniziatore" ai misteri della vita per ragazzi e ragazze in età adolescenziale.
L'orso avrebbe avuto, però, anche una valenza negativa.
In certe tradizioni magiche etrusche, infatti, l'animale avrebbe rivestito il ruolo infamante di violentatore di donne incinte: un’iscrizione parzialmente decifrata presente in una tomba di Cerveteri, riporta: "... non hai fatto attenzione, povera donna/ non hai fatto attenzione al tuo ventre/ non hai protetto il tuo frutto dall'orsa/ spuntata d'improvviso dall’oscurità della terra ...
La valenza aggressiva dell'orso è anche presente nella cultura alchemica.
La sua figura è simbolo degli istinti brutali dell'uomo e delle fasi iniziali dell'evoluzione dello spirito della singola persona.
Sarebbe altresì allegoria delle forze elementari suscettibili di miglioramenti graduali, ma anche d’improvvise regressioni.
Il suo colore è il nero, tipico della "materia prima" alchemica.
Ciononostante, come tutti i grossi animali feroci, l'orso fa parte della simbologia ctonia. Lunare e notturno esso, pur derivante dai luoghi interni della Terra Madre, e pertanto incontrollabile per sua stessa natura, può essere altresì addomesticato, imbrigliato nelle sue forme comportamentali.
Sotto tale profilo alchemico, il simbolismo dell'orso, connesso all'animo umano e ai suoi tenebrosi meandri, risulta essere alquanto evidente.
La facilità di domare l'animale fu tradizionalmente sottolineata anche dal simbolismo stesso della sostanza di cui è particolarmente ghiotto, il miele.
Questa sostanza, in seno alle tradizioni sapienziali, fu generalmente considerata il cibo preferito dagli dèi o dai santi. Fu considerato soprattutto un nutrimento spirituale in quasi tutti i culti europei. Anche in seno all'ebraismo si ricorda che "... la vergine concepirà un figlio che partorirà e che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà miele finché non imparerà a gettare indietro il male e a scegliere il bene" (Isaia VII, 14-15).
Secondo Dionigi l’Aeropagita, il miele è paragonabile agli insegnamenti divini giacché hanno tutti la proprietà di purificare e di conservare la conoscenza suprema.
Nella liturgia cultuale greca, il miele era un simbolo di protezione ma, soprattutto, di pacificazione. Così che simbolicamente l'orso, cercando di cibarsi di miele, opera in se stesso un'opera d’asservimento agli ideali più alti della pacifica convivenza tra gli uomini.
In tal senso l'orso, mediante il nutrimento del miele, diventa allegoria della saggezza sempre foriera di pace e d’elevazione spirituale.
Nelle tradizioni d'area celtica, il miele venne esaltato quale principio fecondatore, sorgente di vita e di fecondità.
Fu considerato il cibo preferito dagli dèi, ed unito al vino e all'acqua avrebbe costituito la bevanda preferita di Odino-Wothan, l'idromele.
L'eroe Kohamar, così si rivolge al dio aso Baldr (Baldur) in un anonimo poema norvegese del VI secolo:
"... come le api fabbricatrici di succo/ versano succo nel succo/ così in me si rafforzi la luce/ Come le mosche si bagnano nel miele/ così nel mio essere la forza e l'acutezza/ il vigore e la possanza siano affermati/ O signore dello splendore/ spandi su di me il succo delle api ..."
Il simbolismo e il culto dell'orso sono ampliamente riscontrabili anche tra gli antichi popoli dell'America del Nord.
Gli sciamani delle tribù Sioux, ad esempio, nei loro canti sostenevano che l'orso si sarebbe ricordato di tutto, sarebbe stato "l'orecchio (memoria) della Terra".
Sotto tale aspetto, l'orso fu considerato uno dei tanti spiriti naturali aleggianti tra gli alberi delle foreste.
Probabilmente per questa sua mitica caratteristica, essi non lo nominavano direttamente, ma lo indicavano con affettuosi soprannomi: "nonno", "zio" e "fratello maggiore", oppure "grande vecchio", "vecchio nero" e "comandante della foresta".
Gli indiani Uroni, invece, consideravano l'orso un animale particolarmente influente nella magia naturale.
Grandissima importanza nelle operazioni magiche era, infatti, attribuita a parti del suo corpo come le zampe, gli artigli e i denti.
Il suo osso scapolare, infisso all'ingresso d’ogni kepì, era creduto un potentissimo talismano contro gli spiriti maligni.
Per gli "uomini di medicina" del popolo degli Algolki era fatto obbligo vestirsi soltanto delle pelli degli orsi.
Era loro credenza, infatti, che solo con questi primitivi indumenti essi avrebbero potuto curare le malattie e ottenere il favore degli spiriti della natura.
Per gli indiani Seminole, i denti e gli artigli triturati dell'orso avrebbero prevenuto e curato le infezioni intestinali del bestiame, mentre tra i Moehacan portare sulle spalle la carcassa dell’orso, sarebbe stata garanzia di un'ottima caccia.
Presso gli indiani Pueblos, era tradizione dedicare un focolare allo "spirito dell'orso", dove le donne dovevano spandere acqua a conclusione di riti magici propiziatori a favore della caccia o degli scontri armati con le tribù nemiche.
Presso il popolo Navajo lo spirito dell'orso era invocato come testimone di giuramenti solenni. In più iscrizioni rupestri sono leggibili queste frasi: "che la tempesta magica dell'orso mi divori se non manterrò il patto", oppure: "che lo spirito dell'orso sia testimone che non sono colpevole". Il dato curioso è che simile attribuzione ursina era conosciuta anche presso i popoli tartari dell'Altai.
Le popolazioni eschimesi, infine, considerano tutt'oggi di malaugurio calpestare le orme sulla neve degli orsi.
Credono, infatti, che cancellarne le impronte costituisca una grandissima offesa per l'animale che, dal canto suo, reagirebbe magicamente apportando malattie non solo alla famiglia di chi le avesse calpestate, ma persino a tutti i componenti del clan di appartenenza.
Il simbolismo dell'orso fu presente anche nelle tradizioni magiche di certe antiche popolazioni asiatiche. Il popolo Aniu, stanziato principalmente nell'isola di Hokkaido, in Giappone, credevano che l'orso fosse stato una divinità della montagna, meglio ancora la reincarnazione della loro massima divinità, Hoka.
All'animale era dedicata una festa specifica nella prima metà di dicembre, detta "Kamui Omate", nel corso della quale si svolgevano riti magico-religiosi ben precisi al fine di propiziarsi la sua protezione.
La divinità-orso discesa sulla terra, sarebbe stata accolta, appunto, con festeggiamenti dagli uomini, ed avrebbe lasciato importanti doni per poi ritornare sui monti, nella sfera del divino.
In certe regioni della Cina, nell'antico Catai, l'orso fu considerato ugualmente connesso alle divinità montane.
Avrebbe incarnato, inoltre, il principio maschile della natura e la sua apparizione nei villaggi avrebbe annunciato la nascita di maschi, sia nelle comunità umane che nel bestiame.
Una delle massime divinità cataiche, Yu-Bin, l'organizzatore del mondo", avrebbe assunto spesso le sembianze di un orso per comunicare ai suoi devoti la propria volontà.
L'orso fu altresì considerato come l'elemento maschile nello "yin-yang", contrapposto alla figura femminile del serpente.
Nell’arcaica religione indù, invece, l'orso (kshatriya) fu in sostanza considerato come uno degli animali "architetti del cosmo".
Sarebbe stata la cavalcatura preferita della yogini Ritsamada, che avrebbe avuto la funzione anche di portare nella volta celeste il sole ogni giorno.
Pertanto, in queste culture all'animale fu spesso riservato l'appellativo di "conduttore del sole" e, per estensione concettuale, di “portatore di fertilità”.
All'orso sono stati attribuiti significati anche in ambito astronomico.
La costellazione, dell' "Orsa Maggiore" (Grande Carro), è composta di sette stelle splendenti.
Secondo le credenze magiche dei popoli dell'Europa centrale, le stelle sarebbero la sede d’altrettanti spiriti planetari (cfr. le concezioni magico-mitologiche agrippiane, XV-XVI secolo) che avrebbero presieduto alla saggezza umana e alla sapienza primordiale.
L'Orsa Maggiore sarebbe stata, dunque, al tempo stesso dimora di divinità e centro della conoscenza divina.
Tali concezioni sono riscontrabili nelle antichissime tradizioni astrologiche mazdee e persiane. Qui, i sette astri corrispondono ognuno agli orifizi del corpo e ai sette punti vitali del cuore.
Quest'ultimo organo fu sostanzialmente identificato con tale costellazione. Anche nel libro dell"Apocalisse" di Giovanni, il Cristo del "nuovo avvento" tiene nella mano destra le sette stelle dell'"Orsa Maggiore".
In seno a certe conoscenze esoteriche di marca teosofica, infine, l'Orsa Maggiore fu indicata come elemento di meditazione e di contemplazione spirituale.
Secondo tali teorie, la costellazione sarebbe idealmente perpendicolare al centro della testa dell'uomo, e la sua visualizzazione sarebbe elemento basilare nelle pratiche iniziatiche d’unificazione dello spirito con la centralità divina.
Concludiamo la disamina simbolistica sull'orso riportando per sommi capi un racconto ben conosciuto nell'Italia centrale nel XIII secolo.
"Avvenne che un'orso dal pelo nerissimo si fosse aggirato nei territori sottoposti ad un duca crudele, seminando terrore non solo tra la gente di campagna, ma anche nelle persone abitanti nei paesi.
Per catturarlo si erano mobilitati da molti anni valenti cacciatori e prodi cavalieri, attirati soprattutto dalla lauta ricompensa che il signorotto aveva promesso a chi gli avesse portato ancora grondante di sangue la testa della bestia.
Ma tutto era stato inutile. L'animale continuava a percorrere le campagne facendo strage del bestiame e dei frutti degli alberi. Un giorno, mentre la soavissima figlia del duca stava passeggiando nel giardino del castello paterno in compagnia di due giovani serventi, d'improvviso sbucò fuori dagli alberi il feroce animale.
Le due ancelle fuggirono gridando, impaurite dall'aspetto dell'orso.
Ma la giovinetta si drizzò davanti all'orso con coraggio e disse: "Se vuoi sbranare questo corpo vieni pure, ma se anche tu sei un fedele di Gesù Cristo Nostro Signore, vattene da me e non procurare più tormenti a coloro che credono in lui!"
A queste parole la bestia si fermò di colpo. Guardò stupito la fanciulla e come per miracolo le disse: "Basterebbe un tuo soavissimo bacio per fermare la mia ira e ridiventare quello che io sono in realtà!"
La fanciulla, stupita e commossa, si avvicinò all'orso e con un forte abbraccio lo baciò dolcemente.
La bestia emise un fortissimo grido, mentre la sua pelliccia per incanto si sciolse come la neve al sole. Ed apparve di fronte alla fanciulla un giovane bello e dai capelli biondi, vestito di un'armatura di colore rosso scintillante. Tra i due sbocciò un amore improvviso, un sentimento che sconfisse ed annullò gli effetti di un malefico sortilegio perpetrato sul giovane.
In effetti questo era figlio di re, condannato da una perfida maga a vivere sotto bestiali sembianze, finché l'amore disinteressato di una vergine devota non l'avesse redento."
AQUILA REALE

Un’ombra scura vola nell’aria, possente e maestosa, è l’aquila, superbamente libera nei cieli, dove la natura trasmette ancora i suoi valori. Ne seguo l’ascesa con riverente ammirazione, osservo l’ampiezza delle sue ali spiegate nel volo, la sua simulata danza nella brezza leggera, ne ammiro la grazia finche la vedo posarsi lontano e la sua figura stagliarsi sullo sfondo imponente d’una vetta.
Moltissimi sono i significati simbolici, mitologici, spirituali e guerrieri legati all’aquila ma, prima di addentrarmi nella notazione di questi suoi legami, esaminiamo la scheda naturalistica di questo stupendo rapace.
L’aquila reale, formidabile predatrice possente e maestosa mentre nel volo descrive ampi cerchi a grandi altezze, è un grande uccello rapace diurno dal becco robusto e uncinato, dal collo guarnito di piume lanceolate e dalle ali molto ampie.
Le sue lunghe zampe sono fornite d’artigli lunghi, affilati e adunchi, con i quali afferra e lacera le sue prede.
Uccello dell’ordine degli Acciptriformi e della famiglia degli Accipitridi, attivo di giorno, nidifica prevalentemente sulle rocce.
E’ diffuso quasi uniformemente in tutte le zone della terra, ad eccezione delle latitudini polari. Si conoscono molte specie d’aquila, ognuna delle quali possiede la propria morfologia, le proprie abitudini alimentari e il proprio habitat.
In Italia sono presenti due sole specie, la cosiddetta “aquila crysaetus” e la “hieraetus aquila”, quest’ultima presente nelle zone montuose della corona delle Alpi.
Consideriamo ora alcune definizioni legate all’aquila universalmente considerata come un simbolo celeste e solare.
Regina degli uccelli, ne completa il simbolismo generale che, sotto certi aspetti, è il medesimo degli angeli e degli stati spirituali superiori.
In certe culture religiose fu paragonata allo stesso sole.
Nella mitologia greca e latina l’aquila è l’uccello sacro a Zeus, dio del fulmine e delle nuvole,
suo attributo specifico ed è spesso identificata con lo stesso padre degli dèi.
Ritroviamo l’Aquila in Cielo raffigurata nella Costellazione e presentata con le sue stelle in note leggende.
L’identificazione dell’aquila con le supreme divinità è riscontrabile anche nelle antiche tradizione degli indiani d’America
Del resto, proprio nel corso delle loro danze rituali era operata attraverso l’estasi religiosa la personificazione tra i danzatori e questo volatile, sia sotto il profilo spirituale sia in quello propriamente fisico.
Il fischietto d’osso e il mitico casco di penne d’aquila, il leggendario “War bonnet”, indicativo del massimo riconoscimento a cui loro aspiravano, .erano usati nella propiziatoria e spesso sciamanica, “danza del sole”. comune a molte etnie pellerossa, azteche e perfino nipponiche.
L’affinità tra sole e aquila fu riproposta altresì nella mitologia greca.
Qui fu convinzione che quest’uccello, partito dall’estremità del mondo, si fosse fermato sulla verticale dell’ omphalos di Delfi (zona considerata solare per eccellenza) per seguire poi la traiettoria del sole (cfr. astronomia “geocentrica”) dal suo sorgere fino allo zenit, tragitto che avrebbe coinciso con l’estensione dell’asse del mondo.
L’aquila che, secondo le leggende, sarebbe stata capace di fissare la luce del sole, divenne aforisma della percezione diretta della conoscenza del divino da parte dell’intelletto umano.
Per estensione concettuale, anche simbolo della contemplazione e dell’estasi e nel cristianesimo primitivo. Si spiega in tal modo l’attribuzione dell’uccello a Giovanni Evangelista ed al suo Vangelo.
In alcune opere d’arte del primo Medioevo, è visibile l’identificazione dell’aquila con lo stesso Cristo del quale ne rappresentò anche l’ascensione al cielo e, quindi, la regalità suprema. Secondo tale interpretazione, tutto ciò sarebbe una trasposizione del simbolo romano dell’Impero, emblema che sarà in seguito assunto dai sovrani del Sacro Romano Impero.
I mistici medievali indulsero sul concetto d’aquila per evocare la visione di Dio, paragonando la loro preghiera alle ali dell’uccello regale.
Proseguendo nell’osservazione, vediamo che nel Medioevo l’aquila fu equiparata al leone.
Nell’iconografia del periodo, le sommità delle colonne, gli obelischi furono spesso sormontati dall’immagine di un’aquila, a significare la potenza spirituale più elevata, la sovranità e l’eroismo e, in generale, ogni virtù trascendente.
Infatti, la figura fu costantemente identificata con il simbolismo dell’ascesa spirituale, di una comunicazione della terra con il cielo. Non a caso gli angeli avrebbero avuto le ali delle aquile; anzi, in certe leggende, i divini messaggeri e le aquile furono identificati in un processo di scambio reciproco di ruoli.
Per esempio, nell’“Apocalisse” di Giovanni si legge, a proposito dell’aspetto del quarto angelo, che sarebbe stato come “un’aquila in pieno volo.”.
Il testo dello Pseudo Dionigi, assai seguito dalla Scolastica religiosa del Medioevo, riportava che “…la figura dell’aquila indica la regalità angelica, la tensione degli angeli verso le cime divine (…) il vigore dello sguardo verso la contemplazione di Dio, del sole che moltiplica i suoi raggi nello spirito …”
I Salmi fecero dell’aquila un emblema di rigenerazione spirituale, al pari della figura della fenice.
A dire il vero tutte le tradizioni mediterranee conferirono all’uccello il potere della rigenerazione fisica e spirituale.
Un racconto diffuso nei territori greci del Peloponneso, affermava che l’aquila sia stato l’unico uccello capace di volare dal mondo materiale a quello soprannaturale.
Esso avrebbe divorato il corpo degli eroi moribondi per rifarne il corpo nel proprio ventre prima di rimetterli di nuovo nel mondo.
Fu questa l’elaborazione mitica della credenza arcaica che l’aquila potesse condurre le anime dei defunti nei “Campi Elisi”, il paradiso della mitologia greca e, dato che la rigenerazione sotto certi aspetti ebbe anche la valenza d’illuminazione interiore, fu considerata anche un simbolo alchemico ed iniziatico.
In alchimia sta a significare soprattutto il passaggio della “materia primordiale” attraverso il fuoco e l’acqua.
Secondo il punto di vista iniziatico, invece, essa è l’immagine viva della sovranità e del sacerdozio nelle loro accezioni di “unificatori dei ruoli” (cfr. la dottrina romano-italica del “re-sacerdote”).
La figura dell’aquila fu presente anche nella prassi delle arti divinatorie degli sciamani, degli aruspici e degli indovini.
Secondo il punto di vista sciamanico è uno dei simboli della forza uranica, e fu usato nelle forme della magia cosiddetta “simpatica” per propiziare “il volo” dello sciamano verso altre dimensioni della realtà e il viaggio dello stesso nei recessi dell’Oltretomba.
Si legge in un poema estone del XIV secolo: “ … lo sciamano danza a lungo/ cade a terra senza coscienza/ e la sua anima è innalzata al cielo/ in un carro trainato dalle aquile …”
Sotto quest’aspetto, l’uccello avrebbe rivestito anche una funzione tutelare non solo verso lo sciamano, ma soprattutto nei confronti di coloro che a lui si sarebbero rivolti per aiuti soprannaturali.
A questo proposito, diventano di facile interpretazione certe immagini proprie dell’iconografia delle popolazioni del Nord Europa in altro modo incomprensibili, nelle quali è riprodotta un’aquila che spicca il volo dai rami dell’albero cosmico rovesciato portando tra gli artigli figure umane in preghiera.
Nella mantica degli aruspici e degli indovini italico-etruschi, l’aquila divenne un segno di prosperità e di favori divini.
Lo stesso significato fu presente anche nelle tradizioni del Galles e dell’Irlanda meridionale.
In particolare, nel testo di un racconto anonimo irlandese sugli “antenati del mondo” dedicato all’eroe Tuan MacCairrill, l’aquila è narrata come un animale fausto per l’uomo al pari del cervo, del merlo e del salmone.
Con lo stesso significato la si ritrova nei racconti irlandesi di “Mabinogi di Kulhwch e Olwen” e “Mabinogi di Math”, nei quali l’uccello è il latore presso gli uomini dei messaggi propizi delle divinità.
Nelle arti divinatorie degli àuguri romani, il volo delle aquile erano interpretati per conoscere gli umori e le decisioni degli dèi nei confronti degli uomini o verso particolari circostanze sociali.
Nondimeno in Roma l’aquila, come similmente il corvo nella civiltà germanica e nella mitologia celtica in genere, fu considerata come messaggera delle volontà divine.
Tuttavia il simbolismo dell’aquila comporta anche un aspetto tellurico, notturno e malvagio. Sono queste le controparti negative d’ogni cosa visibile e non visibile del creato.
Nel simbolismo generale di quest’uccello, i suoi aspetti negativi sorgerebbero solamente dagli eccessi, per meglio dire, quando le attribuzioni che resero l’aquila un simbolo d’essenza regale, solare e divino si capovolgono, trasformandosi nella crudeltà, nell’orgoglio e nell’oppressione perpetrata dai tiranni.
In sostanza, nel suo lato negativo, l’aquila simboleggia tutte le forme di perversione del potere in egual misura.
Come animale tellurico l’aquila fu assimilata ai felini notturni in genere, a motivo dell’acutezza della sua vista.
Questa particolarità è ravvisabile soprattutto nella mitologia delle popolazioni mediorientali, principalmente siriane ed egizie.
Spesso nella relativa iconografia, l’aquila fu raffigurata con due o più teste.
L’immagine compare sovente anche nei blasoni delle casate nobili, particolarmente ungheresi, russe e germaniche.
Per riportare solo alcuni esempi, l’immagine compare sullo stemma araldico della celebre famiglia Von Krezsky dello Sleswig Holstein (Germania), di quella degli Ortoantorff della Baviera settentrionale, di quella boema degli Adler-Novitz.
L’aquila bicipite comparve anche sullo scudo da guerra d’alcuni componenti degli Hoenstaufen, ed in particolare su quello dell’imperatore Federico II di Svevia.
Raffigurazioni di un’aquila a due teste furono presenti anche in certi bassorilievi maya e nei glossoglifi del così chiamato “Codice Nuttal” azteco.
Si è portati a pensare che quest’aquila sia stata la rappresentazione di una divinità della vegetazione.
Generalmente, tuttavia, la figura dell’aquila a più teste è tipica dell’araldica imperiale.
La duplicazione delle teste esprimerebbe, più che la dualità del concetto classico dell’impero (potere temporale e spirituale insieme), la molteplicità dei territori sui quali si estenderebbe l’impero.
Nello stesso tempo, la pluralità delle teste farebbe da rafforzativo del simbolismo specifico originario.
Come fu, peraltro, nel caso dell’iconografia zoomorfa medievale, nella quale la figura di più animali in un medesimo contesto artistico fu voluta per sottolineare l’apice massimo delle valenze simboleggiate.
Secondo James Frazer l’aquila bicipite sarebbe un simbolo d’origine ittita, ripreso nel primo Medioevo dai Turchi Selgiuchidi, a sua volta ripreso dagli eserciti europei durante le crociate in Medioriente e trasmesso alla simbologia militare imperiale dalle popolazioni slave e germaniche.
Secondo l’ottica psicanalitica, la figura dell’aquila rappresenta la paternità, la virilità ed anche il collettivismo.
Carl Gustav Jung vide nell’aquila un simbolo di protezione e di laboriosità dell’uomo verso il proprio nucleo famigliare.
Lo studioso d’antropologia applicata alla psicologia e profondo conoscitore delle tradizioni religiose dei nativi del Nord America, Hartley B. Alexander, nel suo libro “I fondamenti del rito”, ha sostenuto che l’aquila sia uno dei maggiori simboli-totem delle arcaiche società patriarcali composte da cacciatori nomadi, guerrieri o esploratori.
La stilizzazione grafica delle ali distese in volo dell’aquila, ha scritto Alexander, avrebbe portato alla raffigurazione della croce in tempi posteriori, ed avrebbe assunto la valenza di simbolo della terra in genere e della fertilità del suolo.
Ed ora, dopo avervi indicato di questo stupendo rapace alcune note naturalistiche, nonché molti espressioni che fanno parte del mondo simbolico e mitologico, vi offro, una breve favola nordica quella di Kalevala
“Nel tempo più lontano che ci sia, quando non era apparso ancora il sole, né la luna, né le stelle, né la terra, quando insomma non c'era che l'aria, immensa, infinita, e al di sotto di lei non c'era che il mare, infinito anch'esso ed immenso, la bella Fata della Natura, la figlia dell'aria, si stancò di tanta monotonia.
Scese giù dalla sua casa tutta azzurra e incominciò a vagare sul mare, sfiorando con i piedi l'acqua chiara giocava con la spuma e con gli spruzzi salsi, scivolava sulle creste dei marosi e intrecciava corone d’alghe per la sua testa bionda.
Ma poi anche di questo si stancò; si adagiò quindi sulle onde, poggiò il capo sulla spuma bianca e lasciò che i capelli si sciogliessero e galleggiassero tutt'intorno al suo viso.
Un dolce sonno la prese, mentre il mare la cullava e la trasportava lievemente di qua, di là, piano piano, senza svegliarla.
Quand'ecco un'aquila enorme apparve nel cielo, venuta di chissà dove, da quali misteriosi confini dell'aria.
Era stanca, cercava un luogo dove posarsi; agitava le ali, spossata; e a quel battito di penne la dea si svegliò.
Aprì i grandi occhi azzurri, sollevò lentamente un ginocchio fuori dalle acque e l'aquila discese, squassando le pesanti ali in un ultimo sforzo e vi si posò.
A lungo la Fata e l'aquila furono sballottate dalle onde.
Sul ginocchio della dea l'uccello fece il suo nido, e vi depose sei uova d'oro e un uovo di ferro, e le covò.
Al quarto giorno il calore delle uova divenne così forte che la dea non poté più sopportato.
Si mosse di colpo ed ecco che le uova rotolarono le une contro le altre e s'infransero.
L'aquila con un grido distese le larghe ali e s'innalzò nell'aria.
Ma una cosa meravigliosa accadde allora nell'infinito universo.
I1 guscio delle uova d'oro s’ingrandì, si distese, formò la volta del cielo e la superficie ricurva della terra: i rossi tuorli formarono gli astri, il sole, la luna, le stelle; i piccoli frammenti neri dell'uovo di ferro si convertirono in nubi e corsero rapide sui mari.
E il mondo sorse così, per caso, mentre la dea risplendeva nell'immensità del creato.
Poi essa si sollevò dalle acque, toccò con le agili dita la terra molle e formò i seni e le baie, calcò con i piedi il suolo d'argilla e formò i monti e le valli, si adagiò al sole e con le braccia distese formò le vaste pianure.
E là, dove la dea aveva posato il capo, i capelli grondanti formarono laghi e fiumi e cascate d'argento.
E dove
la Fata aveva poggiato i piedi divini, sorse una ghirlanda d’isole brune.
Così nacque la Finlandia, la strana terra dai quarantamila occhi azzurri,
incoronata d'isole e di scogli.”
Fernanda Nosenzo Spagnolo

IL CAVALLO

“L’Uomo sarebbe rimasto uno schiavo se il cavallo non lo avesse reso un Re”
(Elwyn Hartley Edwards)
Il cavallo, nei suoi significati riassuntivi, è sicuramente l'animale che dal punto di vista simbolico si è maggiormente radicato nelle tradizioni e nella memoria d’ogni popolo della terra.
Riveste simbolismi molteplici e spesso contrastanti, a seconda dei miti, delle leggende e persino dei significati magici che ha rivestito presso le varie popolazioni.
Dal punto di vista psicanalitico, secondo la metodica junghiana, è un’espressione dell’ inconscio.
Altre scuole psicanalitiche hanno individuato nell'animale il significato della psiche che trascende l'umanità, altre ancora l’hanno collegato ad una manifestazione dell’impetuosità dei desideri e delle passioni.
In particolare, però, il cavallo di colore bianco rappresenterebbe l'istinto umano controllato (cfr. teoria psicanalitica del "cavallo celeste"), già in precedenza controllato e sublimato, foriero delle più nobili conquiste spirituali e morali dell'uomo.
Secondo l’ottica archetipica, il cavallo è associato alle tenebre del mondo ctonio, sia che l'animale emerga dalle viscere della terra, sia che scaturisca dagli abissi oceanici ed è
considerato figlio della notte e del mistero, significatore di morte e di vita insieme.
E' connesso sia al fuoco, come spesso è indicato in gran parte della mitologia nordica ed europea continentale, che all'acqua, come nei miti classici greco-levantini.
Infatti, in questa sua prima accezione, l'animale si eleva in alto verso la dimora degli dèi, in piena luce.
Diviene luminoso, solare o uranico.
E' il veicolo principale del trasporto delle anime degli eroi nel paradiso nordico del Wahallah, cavalcatura preferita dalle Valchirie solari.
Nel secondo significato, invece, il cavallo diviene animale ctonio, tenebroso e lunare.
E' il mezzo di trasporto delle anime dei morti nell'Ade greco, negli Inferi, nella profondità delle viscere della terra.
E' alleato primario delle divinità del sonno eterno.
Sotto tale aspetto, fa testo la tradizione della cosiddetta "caccia selvaggia", protrattasi nell'Europa occidentale per tutto il corso del Medioevo, che vuole i demoni - anche la dea Diana o il dio nordico Odino - cavalcare di notte feroci e demoniaci destrieri a caccia di anime da rapire per poi scagliarle nel più profondo inferno.
Nondimeno il cavallo nelle antiche tradizioni, non fu considerato un animale come gli altri e la sua vita - o il suo destino - fu percepita come inseparabile da quella dell'uomo.
Ne farebbero testo le usanze, spesso praticate sia dai popoli orientali (Cinesi, Tartari, Mongoli, Persiani) che europei (Vichinghi, Galli e Germani in genere), di seppellire il cavallo insieme al padrone defunto.
Infatti, tra il cavallo e l'uomo s’instaura un particolare rapporto di simbiosi, fonte d’armonia o di conflitto.
In tema di simbolismo psichico, tale rapporto si riflette nella sfera mentale.
Si potrebbe dire che di giorno il cavallo è diretto dall'uomo che lo cavalca verso gli scopi prefissi, ma di notte sarebbe l'animale a diventare la guida del cavaliere i cui occhi sono ciechi nelle tenebre e solo il cavallo potrebbe procedere attraverso l'oscurità del mistero inaccessibile alla ragione.
Ma se cavaliere e cavallo sono in conflitto, allora il procedere insieme potrebbe condurre fino alla follia, all’insensatezza e alla morte.
Difatti, tutte le tradizioni ed i miti che hanno per oggetto il cavallo, esprimono sostanzialmente le innumerevoli possibilità del rapporto tra l'uomo e quest’animale.
Persino gli eventi che hanno caratterizzato per secoli e secoli la storia dell'uomo, hanno avuto quasi costantemente come protagonista il cavallo.
Le guerre e le battaglie, il trasporto e l'alimentazione, l'istituzione d’ordini religiosi e l'economia, l'arte e la medicina, il lavoro e quanto è stato punto-chiave dell'esistenza umana, lo ha avuto come attore comprimario, come a sottolineare un rapporto millenario che, siamo convinti ha oltrepassato di gran lunga la semplice utilizzazione pratica.
La simbiosi tra l'uomo e il cavallo si concretizzò, già in epoca greco-classica, nel mito dei Centauri.
Esseri con la testa, busto e braccia umane ed il resto del corpo completamente equino, i Centauri abitavano con le proprie femmine e i loro figli nelle foreste poste alle pendici dei monti.
Si nutrivano di carne cruda ed erano inclini a rapire e ad abusare con violenza delle donne.
Sotto tale aspetto, i Centauri avrebbero rappresentato il simbolo della parte selvaggia dell'uomo.
Secondo una tradizione mitologica più esauriente, i Centauri sarebbero appartenuti a due categorie eticamente ben distinte.
Una avrebbe rappresentato la forza bruta e irrazionale per cui i Centauri sarebbero stati originati dall'unione d’Issione con una nuvola, l'altra invece avrebbe rappresentato la forza benefica.
Secondo tale tradizione i Centauri sarebbero nati dalle nozze tra Cronos e la ninfa Filiria.
A quest'ultima razza di Centauri apparteneva Chirone, già maestro d'armi e di saggezza di Eracle, che avrebbe lasciato, perché ferito mortalmente ed .intuendo terminata la propria missione in seno alla collettività umana la propria immortalità in eredità a Prometeo
Dal punto di vista psicanalitico, il Centauro è il simbolo dell'inconscio che diviene possessore della personalità di un uomo che si abbandona quindi ad ogni impulso bestiale.
L'identificazione dell'animale con l'uomo è presente nelle tradizioni di molte popolazioni.
Il cavallo ebbe parte integrante nei riti dionisiaci greci e mediorientali, principalmente nelle liturgie che ebbero attinenza con il concetto di possessione e di iniziazione.
Infatti, l'uomo, caduto in trance estatica qui diviene egli stesso cavallo attraverso un'opera medianica d’identificazione psichica con l'animale e, come tale si comporta.
In altre situazioni l'uomo era persino cavalcato da uno spirito, o da una divinità.
In tema d’iniziazione ai misteri cosmogonici, in tali tradizioni spesso i neofiti furono chiamati "giovani cavalli", mentre gli iniziatori alle dottrine erano identificati con il termine di "allevatori" o di "mercanti di cavalli".
Se il cavallo rappresentò le componenti animali dell'essere umano, ciò fu anche dovuto alla natura dell'istinto equino che lo fece sembrare dotato di poteri di veggenza - peraltro fu molto sviluppata nei paesi del Levante, fino al IV secolo, la pratica dell’"ippomanzia" (previsione del futuro mediante il comportamento equino) - e mezzo d’espressione delle divinità.
Alcune figure della mitologia greco-classica, fra cui il cavallo-alato Pegaso, rappresentarono non tanto la fusione del mondo celeste e di quello sotterraneo, quanto la sublimazione dall'uno all'altro.
Infatti, Pegaso, il cavallo più noto della mitologia classica , fu eternato come cavallo celeste - regge i fulmini di Zeus - ma fu anche rappresentato con un'origine ctonia, essendo nato dagli amori di Poseidone con una Gorgone.
In tal senso si potrebbe affermare che il cavallo simboleggiò la sublimazione dell'istinto umano e l’uomo in questo caso non fu considerato un veggente, uno sciamano posseduto dalla divinità, bensì un iniziato alla saggezza divina la quale, attraverso lui a noi si manifesta.
Tuttavia, l'iniziazione cavalleresca nell'Occidente medievale presentò molteplici elementi d’analogia con le pratiche magico-religiose classiche prima accennate: fu un simbolo d’innalzamento verso Dio e, sostanzialmente, un elemento d’elevazione spirituale.
Cavalli funerari e cavalli celesti.
Le antiche tradizioni dei popoli dell'Europa continentale hanno conservato, nella letteratura e nel senso del magico della natura, l'immagine del cavallo come animale dai poteri misteriosi, poteri che suppliscono a quelli dell'uomo quand’essi si arrestano particolarmente al momento della morte.
In tal senso, si ritrova il cavallo che svolge molteplici funzioni peculiari degli sciamani, soprattutto grazie alla credenza che l'animale fosse un profondo conoscitore dell'Oltretomba.
In non poche leggende, inoltre, il cavallo assunse la valenza della manifestazione della morte, parimenti alla figura di una tetra donna scheletrica che impugna la falce tipica espressione nel folclore europeo.
Nondimeno "i cavalli della morte", o "cavalli segnali di morte", sono presenti anche nella mitologia celtico-irlandese e in quella greco-mediterranea.
L'eroe irlandese Conal Cernach possedeva un cavallo con la testa di cane, detto "il rosso di rugiada", che appariva ai nemici profetizzando loro la morte.
L'eroe dei Thuata, Chuchullainn, aveva due cavalli magici, dal nome Grigio di Macha e Nero nello Zoccolo, che versavano lacrime di sangue quando il loro padrone era in procinto di uccidere i nemici.
Presso quasi tutte le popolazioni greche sognare un cavallo era presagio di morte imminente di un famigliare prossimo.
La stessa divinità Demetra fu spesso rappresentata con la testa di cavallo e, in simile accezione, fu costantemente associata alle Erinni terribili esecutrici di morte.
I "cavalli della morte" furono rappresentati sempre di colore nero ed identificati nella maggioranza dei casi con il demonio, con un dannato o con l'anima sofferente di un trapassato.
Nei racconti comparvero anche cavalli "lividi", ovvero di colore grigio-chiaro o argentato come uno spettro.
Questo colore è quello del lutto, della sofferenza e della penitenza (cfr. libri inerenti alla "Apocalisse" di Giovanni) e, secondo la tradizione anglosassone e tedesca, è anche presagio di morte drammatica ed imminente.
Nella Francia medievale il cavallo livido era chiamato "albero della morte".
La sua immagine fu riprodotta mirabilmente in un'incisone di Albrecth Durér dal titolo "Il cavaliere, la morte e il diavolo" nella quale si ebbero riflesso gli incubi della tradizione europea secolare in tema di cavalli mortuari.
Ma oltre al significato funebre, il cavallo riveste anche il simbolismo della forza e della potenza generatrice. In proposito, il celebre antropologo Arthur Schroeder riportò un rito praticato per secoli dai re irlandesi al momento del loro insediamento sul trono. Il re si univa carnalmente con una cavalla nera, la quale in seguito era uccisa, la sua carne bollita e offerta in pasto ai commensali di un ricco banchetto.
Successivamente il re doveva immergersi nel brodo dell'animale bollito contenuto in un calderone di colore bruno.
Il significato della cerimonia, a detta di Schroeder, è la riproduzione dell'unione ctonia-uranica della regalità: il re si sostituisce alla divinità celeste per fecondare la terra, qui allegorizzata dalla giumenta.
Con l'immersione nel brodo, inoltre, si sarebbe operato il "regressum ad uterum": il calderone avrebbe rappresentato l'utero della madre-terra e il brodo le acque amniotiche.
Con questa cerimonia, di carattere tipicamente iniziatico, il re dopo essere entrato in contatto con i poteri più sottili e segreti della terra madre risvegliati sotto le sembianze di una cavalla nera, sarebbe rinato a nuova vita.
Il cavallo, particolarmente nelle antiche tradizioni dei popoli mediterranei, ascese, nelle valenze sia fisiche che spirituali, anche a simbolo di giovinezza e di forza generatrice,
La sua raffigurazione assunse il valore sia ctonio che uranico, tellurico e celeste insieme.
In tale senso l'animale divenne simbolo di potenza sessuale.
Anche ora certi termini come "puledro" o "giumenta" possono assumere un significato erotico che ha la stessa ambiguità linguistica del verbo "cavalcare".
Peraltro, come il cavallo maschio ha rappresentato la forza sessuale fecondante, l'istinto e lo spirito, la giumenta ha incarnato il ruolo della terra-madre nella ierogamia fondamentale cielo-terra che costantemente ha presieduto alle tradizioni magico-religiose degli antichi popoli del Mediterraneo dediti all’agricoltura.
La potenza virile simboleggiata dal cavallo, si presenta anche nelle cerimonie magico-religiose di natura guerresca. Ad esempio, nell'antica Roma i cavalli destinati alla guerra erano consacrati al dio Marte e a lui sacrificati affinché il popolo fosse protetto dai flagelli naturali.
La coda dell’animale era mozzata e infissa, insieme alla testa, sul portale del tempio di Marte.
Il suo sangue, invece era usato nei suffumigi degli armenti o, dopo essere stato essiccato, come fertilizzante dei campi.
Il cavallo inoltre, per la rapidità della sua corsa fu associato al tempo.
Fu connesso altresì allo "spirito del grano" (cfr. teorie di James Frazer).
In quest'ultimo significato, il ruolo dell'animale è stato documentato in molte tradizioni dell'Europa continentale.
In Francia e in Germania, ad esempio, fino a non molti anni fa era usanza che nel tempo della mietitura il cavallo più giovane di un paese fosse festeggiato con cure particolari, affinché garantisse la nuova germinazione del cereale.
In certi paesi dell'Irlanda nord occidentale, ancor oggi persiste l'usanza di gettare il simulacro di un cavallo sopra un falò nel periodo della mietitura, affinché lo spirito benefico del cavallo garantisca un raccolto abbondante nell'anno successivo.
Considerato poi che il cavallo poteva garantire la fertilità dei campi, l'animale fu spesso associato anche all'elemento acqua.
Si riteneva che avesse il potere di far sgorgare le sorgenti con un colpo di zoccolo inferto contro la terra e che sapesse individuare il percorso delle vene acquifere sotterranee.
Lo stesso cavallo Pegaso, secondo la mitologia greca, fece scaturire la sorgente Ippocrene - la "sorgente del cavallo" - non lontano da un bosco sacro alle Muse.
Ecco perché il cavallo divenne una sorta d’epifania divina.
I cavalli trainano il carro del sole, e all'astro sono consacrati.
Il cavallo diviene l'attributo principale del dio Apollo, nella sua qualità d’auriga della biga solare.
Nell’iconografia classica dell'antica Grecia il carro del sole è tirato da quattro destrieri bianchi, mentre quello della luna da quattro buoi dal manto pezzato.
Anche nella Bibbia sono contenuti riferimenti al carro del sole trainato da quattro cavalli, così come il profeta Elia è rapito in cielo su di un carro di fuoco portato in volo da quattro destrieri dal colore dorato.
Un'immagine similare è presente nell'antica letteratura induista ed in certe tradizioni buddiste.
In quest'ultimo caso, il cavallo è considerato sostanzialmente il simbolo dei sensi umani relazionati allo spirito: questi trascinerebbero caoticamente la mente dell'uomo qualora non fossero guidati dal sè, ovvero dal "signore del carro".
Nella religione islamica il cavallo fu considerato il simbolo del vento, del tempo e degli impetuosi desideri umani.
Il suo simbolismo si collega per certi versi al mito greco del vento Borea, il quale generò dei cavalli aeriformi e velocissimi unendosi ad una delle Erinni, ad una delle Arpie e con le giumente d’Erittonio.
Un altro aspetto solare e positivo del simbolismo equino fu in relazione al tema della bellezza e del potere ottenuti dall'uomo attraverso il dominio dello spirito sui sensi.
Così visto il cavallo diventò emblema della regalità.
Tale concezione trasparì esplicitamente nell'"Apocalisse" di Giovanni, qui le armate angeliche che accompagnano il Cristo cavalcano bianchi destrieri.
Anche in alcuni antichi affreschi presenti nella cattedrale d’Auxerre compare Cristo che cavalca un destriero bianco insieme ad angeli armati anch'essi in groppa a cavalli candidi.
Cristo ha in mano uno scettro, simbolo di regalità e d’autorità sui popoli.
Un cavallo bianco con in testa un'aureola dorata è raffigurato in un affresco della cattedrale di Notre-Dame di Montmorillon.
In effetti, il cavallo bianco fu spesso equiparato al simbolo della maestà peculiare dei santi, dei conquistatori spirituali e degli eroi.
Tutte le grandi figure messianiche sono state raffigurate o tramandate in groppa ad un cavallo bianco: Cristo, Maometto ed Abramo, lo stesso Visnù e Buddha.
Le antiche popolazioni celtiche ravvisarono nel cavallo i pregi della forza fisica e della velocità.
Il cavallo fu la cavalcatura del dio del vento Baerh, divinità molto citata nelle saghe islandesi dei primi secoli.
I suoi otto cavalli corrisposero agli otto venti principali che devastavano o che accarezzavano le coste islandesi.
In un capitello presente nel duomo della città di Tavant, è raffigurato un uomo sopra un destriero alato che insegue una figura femminile in groppa ad un serpente.
Nell'Irlanda primitiva sembra anche che il cavallo sia stato il simbolo della longevità, della protezione e della vecchiaia vissuta con saggezza.
In conclusione, si pensa che il cavallo abbia costituito uno degli archetipi fondamentali della mente e della memoria dell'uomo
Il suo simbolismo si estende in due poli distinti, sia verso l'alto che verso il basso e passa con la stessa prontezza dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dagli istinti all'azione.
Sintetizza pertanto gli opposti in una manifestazione continua, facendo dell'animale un'idea concretizzata totalmente universale.
Qui giunti devo ammettere che avrei ancora molto da dire su questo straordinario animale, figura centrale nella lunga eccezionale storia del genere umano.
Certo, potrei parlare dei forti cavalli da lavoro, di quelli scattanti da corsa o ricordare con voi i cavalli guerrieri, quello famoso di Alessandro Magno, d’El Cid, di Gengis Khan, di Tamerlano, di Napoleone e di altri, richiamare alla memoria in nome della storia quelli della famosa carica degli Scot Grey a Waterloo, degli Ussari ungheresi e del nostro valoroso Savoia Cavalleria o citare altre battaglie che li hanno visti protagonisti con i loro cavalieri.
Potremmo parlare anche di quelli vincenti che lo sport ha reso famosi ad esempio come Ribot e lo sfolgorante Varenne, ma per finire posso solo ricordarvi che molti studiosi, come i paleontologi ad esempio, hanno dedicato nel passato a quest’animale, tempo ed energie. Ed ancor oggi, nel controllo continuo dei luoghi d’osservazione alcuni informatori hanno da poco segnalato la presenza dei bianchi cavalli Tarpan che si pensava estinti mentre invece alcuni esemplari vivono liberi e selvaggi nella Tundra della Russia meridionale.
Altre attente considerazioni sulle varie razze ci provengono dagli allevatori impegnati soprattutto nella loro selezione.
E’ interessante ammettere che ogni esemplare equino può indubbiamente accendere una sua storia e infiammare le memorie personali o collettive dove i miti, le cui origini si perdono nei secoli, spesso s’intrecciano tra loro, diventano attendibili .e attraverso antiche leggende danno infine vita ad un clima di contrasto tra antico e moderno, tra racconto e realtà che affascina e interessa.
Ed ora come nota finale vi elenco i cavalli più celebri nella mitologia e v’invito ad entrare nel recinto sacro a loro dedicato.
Al Amir: è il cavallo che il profeta Maometto cavalca nel corso della sua seconda discesa nel mondo terreno.
Ha il manto di colore bianco e veste una gualdrappa celeste trapunta di stelle dorate.
Artephion.: è il nome di uno dei cavalli volanti e aeriformi generati da un'Erinna dall'unione con il vento Borea.
Il suo manto è di colore rosato e le sue narici emettono un vento impetuoso che però "non increspa le onde e non piega le cime degli alberi".
Albio: è il nome del cavallo, di colore candidissimo, che compare sulla terra durante il secondo avvento di Cristo.
Bianco: è un altro appellativo di Albios.
Bianco Bue Cinerino: è il nome più conosciuto del "cavallo-drago" della mitologia cinese.
Il suo colore è argentato, con venature di grigio sul dorso.
E' alato, e come tale riesce a volare con la velocità di una tempesta.
Le sue narici emettono spesso fulmini che inceneriscono gli uomini ingiusti.
Ha l'aspetto di un bue maestoso, ma la sua coda ha la forma di quella di un pesce.
Brannon: è il nome del nero destriero funebre di Sieur de Galery, il tetro personaggio fantasmatico che comanda la "caccia selvaggia" nelle regioni della Normandia.
Nelle leggende locali è considerato un demone infernale vero e proprio.
Bucefalo: è' il nome del mitico cavallo d’Alessandro Magno.
Aveva paura della propria ombra e non accettava di essere cavalcato da alcuno, eccetto il suo padrone.
Indomabile e dotato di una velocità strabiliante, fu ucciso durante una battaglia.
Si dice che Alessandro avesse edificato una città intorno alla sua tomba per rendergli onori eterni.
Bucefalo è il simbolo della fedeltà verso un solo padrone.
Buhriman: è il cavallo del maggiore demone zoroastriano, Ahriman (o Ahrina).
Dotato di poteri malefici o benefici secondo i casi, si rende invisibile di giorno e appare la notte.
E' di colore rosso fuoco ed emette fumo acre e sulfureo dalle narici.
Cidippo (o Cidippa): è il nome di una cavalla mitica che possiede solo tre zampe, ma che sa correre più velocemente di un cavallo normale. E' citata nel poema "Eneide" da Publio Virgilio Marone.
Charos: è il nome del tetro cavallo nero del dio della morte greco.
Fotan (o Wotan.:è il nome di uno dei neri cavalli mortuari che eseguono la "caccia selvaggia" nei boschi della Selva Nera tedesca.
Grigio di Macha: è uno dei cavalli magici dell'eroe thuata Chuchullainn delle antiche saghe irlandesi.
Li-Sa-O. Gi: è il nome del cavallo saggio della mitologia cinese.
Insegna filosofia, ed indica agli uomini la strada della conoscenza divina e dell’immortalità. Appare in sogno, la sua visione è accompagnata da un soave profumo di rosa.
Mahre: è il cavallo bianco, lunare, messaggero di morte di certi racconti mitologici germanici. E’ imbrigliato e domato dall'eroe Sigomundo, quindi donato al sovrano di Northfraalen che, appena cavalcato, cade in un precipizio. Nei paesi di lingua tedesca, Mahre è ancor oggi sinonimo di grande sfortuna.
Mesithos: è' il nome di una delle cavalle delle Menadi, figure tipiche della mitologia dionisiaca.
Ha la funzione di messaggera celeste.
Petaso: è' il cavallo alato di Bellerofonte, grazie al cui aiuto l'eroe riesce ad annientare la chimera
Stanos: è' stato partorito dalla gorgone Somia fecondata dal dio dell'oceano Poseidone.
E' di colore bianco, luminosissimo, e quando cavalca nel cielo "... ha la potenza e la furia di un fulmime divino". Ha la capacità anche di fare sgorgare sorgenti d'acqua dalle viscere della terra.
Rosso: è' sinonimo di Rudiobus.
Rosso di Rugiada: è' il cavallo magico del mitico re irlandese Conal Cernach.
Ha la testa d un grosso cane nero.
Rudiobus: è' il nome del cavallo dal pelame fulvo che appare nel libro dell'"Apocalisse" di Giovanni.
La sua comparsa in cielo è presagio di morte violenta, ed annuncia guerre e spargimenti di sangue.
Sammichele (o San Michele): è' il cavallo bianco che appariva in epoca medievale in certi territori dell'Inghilterra prima di una battaglia importante.
Salkuyruk: è' il cavallo soprannaturale che permette all'eroe mongolo Ertostuk di entrare al mondo sotterraneo dei defunti.
Zoccolo Nero: è il nome di un altro cavallo magico di Chuchulleinn.
Questo però, a differenza degli altri, possiede un'intelligenza umana grazie all'incantesimo di un druido.
