VALORE DI UN TESTO
INQUISITORIO
DEL SETTECENTO
Nel 1702 furono pubblicate a Forlì, dall’abate Filippo Onofri, le “Decisiones
Prudentiales Casuum et Quaesitorum Coscentiae” del frate predicatore Prospero
Domenico Maroni di Cagli. Il titolo dell’opera significa in italiano
“Componimenti pratici secondo coscienza su casi e su inchieste”. Il componimento
di Maroni, infatti, è la somma di atti inquisitori e amministrativi canonici
discussi mensilmente dalla curia vescovile di Cagli, durante il mandato
episcopale di Benedetto Luperti, ovvero tra il 1696 e il 1700. Nel “Decisiones”
compaiono casi di magia e di superstizione praticati nelle Marche nel periodo in
ques-tione, anche se i riti descritti ebbero origini cronologiche ben più
lontane, perdendosi nel Medioevo, quali risultanze di antichi culti pagani in
uso nelle campagne della Marca. Il componimento del Maroni, ora, riveste
l’interesse storico di costituire l’unico documento marchigiano ufficiale che ci
è rimasto, in tema di stregoneria e di superstizione. I casi discussi dal frate
inquisitore, e riportati nel “Decisiones”, sono 178. A noi interesse però solo
il caso numero 157, quello che nel testo prende nome di “De Superstitione” e che
costituisce l’oggetto di valutazione storica. Maroni comunque, aggiunse al caso
un’appendice in Lingua italiana sotto la voce di “I superstiziosi in generale”.
Segnatamente, è questo un elenco di 152 persone – metafore, se vogliamo, di
altrettanti casi di superstizione, che è stato riportato fedelmente in un saggio
omonimo, pubblicato dalle edizioni “Il Veliero” di Pesaro alcuni anni fa. Nella
elencazione sembra che Maroni si sforzi di fare apparire la donna come centro, e
causa, di ogni perversione religiosa. Tuttavia il testo fortunatamente non
possiede quella carica di violento livore contro il sesso femminile, peculiare
di altri testi inquisitori di altre parti d’Italia. Maroni non istiga alla
caccia alle streghe, ma redige piuttosto un testo di mera elucubrazione
dottrinale con intento teologico, una esposizione eruditissima di testi e
opinioni curiali, secondo la tendenza del tempo che attribuiva all’animo e alla
sessualità femminile una sorta di alleanza naturale con Satana. Ancora oggi ,
nelle Marche, sono praticati i riti magici descritti da Maroni. Per la
precisione, ho constatato che 64 dei 152 tipi descritti sono in vigenza: un
dato, questo, molto elevato che dimostra come certe credenze si protraggano
nonostante i rigori delle scienze esatte e del razionalismo positivista. Maroni
inoltre sostiene nel suo volume che la superstizione fosse un atteggiamento
comunissimo nel suo tempo. In sostanza, egli la definisce come “atteggiamento
spirituale” contrapposto alla “vera religione”, in considerazione che con essa
si tende a sostituire un culto dovuto con uno fittizio e vizioso, oppure Dio
stesso con una divinità inesistente In effetti l’inquisitore Maroni riprende
implicitamente i concetti teologici di Tommaso d’Aquino. Sostiene in-fatti che
la superstizione consiste in un culto indebito tributato a eventi fittizi e
verso divinità speciose. La superstizione, a sua volta, si dividerebbe per
l’inquisi-tore cagliense in tre specie distinte: l’idolatria, la divinazione e
la vana-osservanza, ovvero lo sforzo di procurare determinati effetti che non
derivano da Dio né dalla natura delle cose. Come, ad esempio, la pratica della
magia. Magia che, peraltro, è ancora praticata nei territori marchigiani.
Ancora oggi si ritrovano in uso casi di “magia ritualistica”, di “magia
imitativa”, elementi primitivi di “magia naturale”, di tradizioni “pagane”, di
demonismo e perfino attinenze studiate, ora, dalla Parapsicologia. Circa il
demonismo attualmente praticato nelle Marche, esso è contenutisticamente nuovo:
infatti non si tratta di una trasposizione in chiave satanica di antichi culti
agresti, ma di pratiche in cui la necromanzia, ovvero lo sfrutta-mento di
cadaveri umani – o di parti di essi – l’uso di droghe – specialmente
allucinogeni e cocaina – e pratiche sessuali perverse, sono ingredienti
necessari e principali. Anche le arti divinatorie, e il ricorso all’opera dei
cosid-detti maghi sono tendenze attuali diffusissime nella regione. Da un
recente sondaggio, abbastanza preciso, è emerso che il 3,8 per cento dell’intera
popolazione della provincia di Ancona si reca mensilmente da un operatore
dell’occulto. Le percentuali salgono al 4 per cento nel pesarese, al 4,4 per
cento nell’ascolano e al 5 per cento in provincia di Macerata. È da rimarcare
inoltre che più la zona è ricca economicamente, più il ricorso alla magia è
forte. Va da sé, tuttavia, che le conoscenze esote-riche equivalgono spesso a
“sapienza del sacro”, nelle loro forme e contenuti più elevati. Che, per sua
stessa natura, la sapienza occulta non può essere sminuita a semplicistico
rapporto commerciale. Inoltre, all’epoca di frate Maroni gli studi e le ricerche
in tema di paranormale – e di tutte le sue connessioni – non erano articolate
come lo sono attualmente, e tutto era osservato in ottica superstiziosa o,
quando peggio, demonista. E se ancora oggi perdurano pratiche veramente
superstiziose, ciò è dovuto principalmente al disinteresse della “cultura
accademica” verso una reale valutazione del preternaturale e del soprannaturale:
si è ritenuto più accettabile – o comodo – credere o seguire pedissequamente
l’irrazionale e il folclorico, piuttosto che fornire una valutazione logica ai
fatti, o una giustificazione antropologica soddisfacente. In questa stasi
culturale in tema di superstizione e di esoterismo in genere, in cui tutto
volontariamente è ridotto a semplice rapporto economico, ci dovrebbe sorreggere
almeno l’impegno all’approfondimento delle antiche tradizioni magiche, locali e
non. Per non cadere come fece in buona fede l’inquisitore Domenico Prospero
Maroni, in un “casus prudentialis” né in un “quaesitum coscientiae”.
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